chroma keys- motus

Sfruttare le potenzialità del green screen per poter attraversare multiversi distopici dove il corpo è sospeso in un mondo a venire senza mondo.

In un multiverso fatto di tempi, spazi, luoghi, persone, ricordi ed emozioni il corpo è totalmente immerso in un’atmosfera distopica, sospesa fra “mondo a venire” e “mondo a venire senza mondo”.
L’idea di Enrico Casagrande, Daniela Nicolò e Silvia Calderoni (i MOTUS), è quella di mettere al centro il green screen per lavorare sulle sue potenzialità e sfruttarlo attraverso la performance di un’artista teatrale molto particolare. Le linee fisiche, plastiche e adattabili ai cambiamenti di scena, il corpo martoriato dal continuo passaggio da una scena ad un’altra che rimanda a continue citazioni di film noti, la schiena inarcata con le vertebre visibili, il viso sofferente e scalfito dal dolore e allo stesso tempo dalla paura della situazione che lo coinvolge: il corpo vive, anzi convive e co-esiste allo stesso momento con il chroma key.
L’unione fra tecnologia e cultura apre a inedite forme di sperimentazione, ad un approccio avanguardistico e videoartistico che crea nuove immagini ed immaginari comunicando forti sensazioni al pubblico.
Gli autori di Chroma Keys con la performance realizzata presso la Fondazione Mertz a Torino il 20 ottobre 2021, in occasione del Festival delle Colline Torinesi, ripensano ai lavori videoartistici di Zbigniew Rybczynski. Appassionato di elettronica e videomusica, Rybczynski utilizzerà alla fine degli anni Ottanta il chroma key in Step, una delle pietre miliari della storia dell’audiovisivo in cui i turisti americani interagiranno con i personaggi del film La corazzata Potëmkin di Ėjzenštejn.
La logica utilizzata dal videoartista polacco è studiata, esplorata, integrata e approfondita dai MOTUS in Chroma Keys. In prima istanza il pubblico mentre è intento a cercare il proprio posto in sala oppure ad attendere l’inizio della performance, entra in una sorta di “anticamera”, un momento pre-performance in cui sui quattro schermi presenti in scena (due schermi piatti di dimensioni grandi ai lati della stanza e due presenti per terra nel campo d’azione della performer) viene mostrata, con la musica elettronica di sottofondo, la fecondazione dello spermatozoo alla cellula uovo. Un viaggio di sensazioni che risveglia l’animo umano e le sue pulsioni, che porta lo spettatore oltre la scienza e verso la scoperta della vita. Quando lo spermatozoo feconda la cellula uovo l’impatto è devastante, l’immagine sugli schermi trema con scie elettroniche policromatiche e la musica si fa più penetrante ed intensa. È l’inizio di una nuova vita e di un nuovo viaggio in mondi futuristici: un rito preparatorio che segna l’inizio della fusione del corpo e della carne della performer con il green screen.

© Claudia Pajewski


In una rapida carrellata di scene tratte da film celebri come Vita di Pi, dialoghi, paesaggi deserti e distopici, il corpo viene martoriato e allo stesso tempo plasmato dai cambiamenti. All’inizio, infatti, si presenta uno scenario desolato che inquieta e angoscia la performer tanto da lanciarsi in un grido disperato alla ricerca di forme umane. Il suo corpo si adatta ai vari contesti cambiando repentinamente costume e addirittura mimando le parole degli attori dei film. Una delle scene che si ripete maggiormente è quella della corsa insieme ai personaggi dei film, un tentativo di fuga dalla realtà che fa così tanta paura perché il futuro è certo: le guerre, i cambiamenti climatici e il surriscaldamento. Temi, questi, che spaventano l’uomo solo, pensoso e pauroso tanto da avere dei violenti scatti d’ira. Per ben due volte urlerà durante la performance con le braccia aperte in segno liberatorio, ma un momento sarà fatale: allontanandosi dal green screen, fuori campo, l’urlo continuerà con lo stesso tono senza alcuna flessione. La situazione si capovolge perché il mondo del chroma keys è entrato nel mondo reale e la fusione è compiuta.

© Tani Simberg


Silvia Calderoni precipita in un viaggio allucinato dal clima apocalittico, un movimento che potrebbe continuare all’infinito, attraversando citazioni di film che rimandano e riflettono la sparizione, il senso dell’andare o dell’andarsene, dell’abbandono, ma anche della scoperta.
La tecnica dell’intarsio viene utilizzata anche per richiamare delle situazioni piuttosto piacevoli e allegre attraverso l’ausilio di oggetti ricoperti dal green screen: ad esempio un grande cilindro che permette alla performer di apparire abbracciata ad un angelo, insieme ad altri due soggetti, intenta a lasciare il mondo terreno ed elevarsi verso qualcosa che va oltre tutto. Un mondo a venire senza mondo?


di Enrico Casagrande, Daniela Nicolò e Silvia Calderoni
con Silvia Calderoni
video design Paride Donatelli e Simona Gallo
direzione tecnica Simona Gallo
produzione Francesca Raimondi
logistica Shaila Chenet
comunicazione Marta Lovato con Francesca Lombardi
Una produzione Motus con Santarcangelo Festival
Residenza creativa L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino
si ringrazia Matteo Marelli per la collaborazione
con il sostegno di MiBAC, Regione Emilia-Romagna

Nicola Maggio

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