IL MAESTRO E MARGHERITA

Come un tentativo di distillazione, lo sforzo di cogliere una essenza che sia oltre il mero susseguirsi degli eventi: così ci pare il lavoro di Letizia Russo nel suo inevitabile tradimento del romanzo “Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov nella forma teatrale. Ne sia esempio la trasformazione del capitolo più funambolico ed esaltante del romanzo, “La magia nera e il suo smascheramento”, nella conclusione della quête di Woland-Satana della Margherita che sarà sua Regina nel ballo dei cento re di quella sera: evitando saggiamente la trasposizione in scena affida il racconto di quei folli eventi del Teatro Varietà di Mosca ad una Margherita straniata e incantata sotto lo sguardo di Woland che la scruta con i suoi occhi, uno verde uno colore del buio, che la ascolta, la segue, e che, infine, al riconoscersi e consegnarsi come in sogno di Margherita come la donna cercata, la accetta come sua compagna.

Foto di Guido Mencari

L’infinita trama del romanzo da centinaia di personaggi è sciolta e ritessuta davanti ai nostri occhi seguendo tre fili narrativi: quello, come si è detto, della ricerca di Margherita da parte di Woland; la storia d’amore tormentata di Margherita e del Maestro e la sua reclusione in un ospedale psichiatrico a seguito della mancata pubblicazione del suo romanzo; e quella di Jeshua e del Procuratore della Giudea Ponzio Pilato, che è la trama del romanzo scritto dal Maestro. In una scena chiusa sui tre lati da pareti nere ardesia istoriate da scritte e disegni ma con aperture-ante da cui fuoriescono o si affacciano i personaggi, la regia di Baracco fa sì che i tre fili si intreccino e si alternino giocando su stili diversi: il grottesco feroce della coorte di Woland, con le sue marionette crudeli Korov’ev, Behemot e Hella, perfetti e inquietanti nelle loro movenze e alterità demonica; le caricature dei dirigenti del Teatro Varietà (caricature che però talvolta sfumano in un eccesso di ridicolo), la forza greve e possente del dialogo alto tra Jeshua e Pilato che si fa rito nella scena dell’esecuzione di Jeshua; e poi il fervore di Margherita, la sempre intensa Federica Rosellini, che vola nuda non a cavallo di una scopa ma su di una altalena, un balocco infantile, come se la liberazione del vero sé possa affermarsi solo attraverso un ritorno all’infanzia. E poi il Maestro, Francesco Bonomo anche nel ruolo di Pilato, ora disperato ora sommesso, che brucia il proprio manoscritto una volta rifiutata la pubblicazione ma che anche il ricongiungimento con l’amata Margherita non pare regalare felicità. Infine Woland, un Satana dalla sguardo in tralice, sconfitto ma non domo, che si aggira in quello che proclama anche suo mondo e che si riconosce figlio del dubbio, della disperazione, di tutto ciò che davvero e propriamente riconosciamo umano: nell’interpretazione di Michele Riondino si sovrappongono talvolta reminiscenze cinematografiche, ma lo scoppio di risata gelida, il peso del tempo infinito che è stato e che sarà che si porta nello sguardo, il suo essere oltre il bene e il male (non appare come un concentrato di malvagità, accetta il mondo così com’è e soffre piuttosto delle stesse frustate che Jeshua riceve sul corpo prima dell’interrogatorio con Pilato, per quanto le accolga con risate e scatti giullareschi) attraggono e ne fanno una sorta di buco nero magnetico dello spettacolo stesso. Facendosi poi esecutore dell’imperscrutabile decisione divina di concedere il riposo e non la pace a Margherita e al Maestro, Woland rivendica nuovamente la sua adesione e partecipazione alle vicende umane, molto più di un lontano creatore impossibilitato a capire davvero le sue inafferrabili creature.

Spettacolo ambizioso per forme e contenuti, Il Maestro e Margherita tenta di mostrarci quel mistero al quale il popolo russo del Teatro Varietà aveva rinunciato, secondo le parole di Margherita e lo fa in quella forma – il teatro – che forse unica può ancora custodirlo e rivelarlo.

Gabriele Cardini

Piccolo Teatro Strehler
dal 15 al 27 ottobre 2019
Il Maestro e Margherita
di Michail Bulgakov 
riscrittura Letizia Russo
regia Andrea Baracco 
con Michele Riondino nel ruolo di Woland 
e Francesco Bonomo (Maestro / Ponzio Pilato)
Federica Rosellini (Margherita)
e con Giordano Agrusta (Behemot)
Carolina Balucani (Hella / Praskoy’ja / Frida)
Caterina Fiocchetti (Donna che fuma / Natasha)
Michele Nani (Marco l’Ammazzatopi / Varenucha)
Alessandro Pezzali (Korov’ev)
Francesco Bolo Rossini (Berlioz / Lichodeev / Levi Matteo)
Diego Sepe (Caifa / Stravinskij / Rimskij)
Oskar Winiarski (Ivan / Ieshua)
scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
luci Simone De Angelis
musiche originali Giacomo Vezzani
aiuto regia Maria Teresa Berardelli
produzione Teatro Stabile dell’Umbria
con il contributo speciale della Brunello Cucinelli Spa

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