INTERVISTA A LEONARDO LIDI – IL DITO

Leonardo, puoi presentarci il testo sul quale si baserà lo spettacolo Il Dito che andrà in scena sabato 22 al Festival delle Colline?

Il testo di Doruntina Basha parla fondamentalmente di due donne a confronto, due generazioni diverse che devono in qualche modo rapportarsi con un’assenza, un lutto, un fatto tragico. Anche se non conosciamo bene il destino del ragazzo evocato nel testo, possiamo in qualche modo supporlo. È la perdita di un uomo in guerra, che è il figlio di una delle due donne ed è il marito dell’altra. Come ci si può rapportare con un fatto del genere, che parla del significato dell’assenza? Da un lato, c’è la capacità di andare avanti, andare oltre, dall’altro l’impossibilità di riuscirci e, dunque, rimanere immobili, immobilizzati in quel dolore. E’ proprio la gestione del dolore il tema che vogliamo approfondire di più, un tema che è venuto spesso fuori durante le prove con le quattro attrici.

Ecco sì, parlaci di queste quattro attrici.

La prima cosa che ho fatto in questo percorso che abbiamo intrapreso, e che si sta consolidando con le prove, è stato quello di creare un artificio il più sincero possibile: dichiarare l’artificio, quindi se nel testo ci sono due donne di 55 e 25 anni, ritengo importante precisare che non siamo loro, non siamo lì. La prima regola che chiedo alle attrici e agli attori con cui lavoro è di non immaginare di essere altrove rispetto al posto dato, e quindi in qualche modo metto quattro attrici che non rispecchiano l’età dei personaggi, ognuna di loro rappresenta delle percentuali di questi personaggi, delle corde di questa chitarra. Ci confrontiamo col testo prendendo anche in qualche modo le distanze da quello che può essere un aspetto più cinematografico, più filmico, dove si mette in scena il testo per come è scritto nel modo più credibile possibile. Secondo me, il teatro deve in generale proporre un’altra realtà che sia, appunto, palesemente artificiale.

da sinistra: Giuliana Vigogna, Elena Aimone, Giulia Salvarani, Noemi Apuzzo

Detto questo, si parla della gestione del dolore: è un tema enorme, molto attuale. Siamo abituati in qualche modo a una sorta di “vendita del dolore”, l’utilizzo delle nostre esperienze di vita per avere consenso. Penso ai social, penso a chi fa dei necrologi su Facebook, chi esprime il suo dolore per una perdita su un social dove magari non conosce neanche le persone cui si sta rivolgendo; penso anche ai talent, dove ormai la prima cosa non è tanto quanto sai cantare bene, ma quale dei tuoi genitori è morto. E’ una situazione frequente anche nella musica: per esempio, spesso analizzo i testi delle canzoni italiane con le attrici dicendo “qua si sta proprio vendendo un’esperienza negativa sperando di associarsi ad un pubblico che ha avuto la stessa disgrazia”. Questa modalità mi provoca ribrezzo, mi disturba molto, quindi cerco di non farla. E’ ovvio che, se nello spettacolo si parla di guerra, si parli di lutto e quindi di dolore, che è un dato molto presente, molto palese come lo è nella vita di ognuno di noi; si tratta però di non vendere il dolore, ma parlarne: è una sfera importante, con cui è importante fare i conti. Mi accorgo che il confine è abbastanza sottile, quello tra la vendita e l’analisi del dolore. Nella vita, come nel teatro, il dolore non si può escludere, però non bisogna venderlo. Con le attrici lavoriamo per svelarlo, per non venderlo come fosse una merce.

Si tratta di tematiche e punti di vista molto attuali.

Sì, ad esempio sulla guerra in teatro, e le guerre in generale, si è fatto tanto, si è detto tanto, si è scritto tanto. La Corte Ospitale, centro di produzione e residenza teatrale in provincia di Reggio Emilia, mi ha chiesto di rappresentare un testo balcanico e abbiamo individuato insieme a loro Il Dito, perché erano interessati geograficamente alla drammaturgia contemporanea balcanica. Però rispetto ai Balcani non è così semplice non parlare di guerra, perché è ancora così vicina, è negli occhi e nel cervello di chi l’ha vissuta che in qualche modo è molto difficile prenderne le distanze, e probabilmente non sarebbe neanche giusto. Pertanto, questo è uno dei temi principali, cioè quanto si può andare avanti, dopo una cosa così grande, qual è il modo per andare avanti; non lo sappiamo, è ancora troppo presto per saperlo. Però questo è il lavoro, e con le attrici abbiamo lavorato su cose che loro stesse possono conoscere; la cosa interessante per me è sempre la persona e la gestione delle cose che ha. Quindi, più che specializzarsi su una guerra o su degli eventi specifici abbiamo pensato di parlare di qualcosa che conoscessimo bene anche noi, come può essere un’assenza, più che una perdita. Il lavoro sull’assenza è molto interessante per me.

Riguardo a Doruntina Basha, hai studiato se effettivamente è qualcosa di autobiografico oppure…

No, cerco di non interessarmene, cioè non voglio empatia con l’autore se non quella data dalle parole scritte. Cerco di utilizzare solo il testo per quello che è. Punto a qualcosa di molto asciutto, di poco teatrale per così dire. Ho fatto tanti passi indietro rispetto a pensieri registici che potevano essere “Qua mettiamo una scenografia, qua mettiamo una luce, qua mettiamo una musica”, cioè tutto ciò che è oltre la relazione delle attrici con quest’assenza non me la sono sentito di metterla. Quindi, forse non sarà una serata nel senso spettacolare del termine, ma sarà precisa, dettagliata. Nel lavoro con le attrici, che in questo mi hanno seguito molto, ho chiesto più volte di lavorare sui millimetri e non sulla spettacolarizzazione, perché è facile fare la tragedia.

Alla fine sarà un po’ il testo a parlare da sé…

In realtà saranno le attrici, perché sono molto brave, con esperienze ed età differenti. C’è chi si è diplomata dieci anni fa e chi si è diplomata l’anno scorso. Mi interessa mostrare anche queste differenze. Inoltre, c’è un lavoro, un pensiero dietro. Come vedete anche nel foglio di sala si ringrazia una scuola di Kung Fu, un’arte marziale che mi ha aiutato a dare corpo, a visualizzare questa assenza, questi spettri, e poterli combattere: dare pugni a chi non c’è, scalciare il vuoto… Giulia Salvarani, una delle quattro attrici, è cintura nera di Kung Fu, e con lei abbiamo ragionato molto su che cosa volesse dire tradurre questo mio pensiero, che parte da Spettri di Ibsen con cui ho iniziato il mio percorso.

Quindi, in un certo senso, tu vedi un filo conduttore che possa ricollegare quest’opera a Spettri?

Diciamo che per me Ibsen detta una linea, qualcosa che ritengo sia molto legato al nostro presente. Parafrasando, dice: “Gli spettri non sono soltanto quello che ci passano i genitori, scritto nel nostro DNA, ma è ogni cosa che noi vediamo, riproduciamo…”. Lui dice che la cosa interessante degli spettri è che esistono, non dobbiamo fare finta che non sia così, dobbiamo conoscerli per affrontarli e andare avanti. E’ qualcosa che ci riguarda, che riguarda il nostro mondo, che sta vivendo un po’ di spettri, di revival, dove sono sempre più facili le riproduzioni. Per esempio, andiamo a sentire quel concerto di cover degli anni ’80, oppure a vedere la rimessa inscena di uno spettacolo di un regista che non c’è più. La logica è: “Era molto bello dieci anni fa quindi rifacciamolo!”. C’è la tendenza a tornare a cose già vissute, già viste, tradizioni, ma sono cose che dobbiamo conoscere per capire dove ci portano, per avanzare. Ovviamente avanzare è sempre fare un passo al buio, quindi con rischi spaventosi. E anche in questo testo è molto chiaro, nel senso che c’è chi non riesce ad avanzare e decide di non avanzare, quindi di restare immobile sulla sedia, e c’è chi decide di provarci e di lottare con queste cose, che non vede magari in modo chiaro, e facendolo in maniere un po’ confusionarie, forse adolescenziali, secondo un impulso rivoluzionario e confuso. Insomma, c’è chi non ce la fa, che ci prova ma perde. E c’è chi invece riesce ad uscire dallo spazio. Questo è sicuramente un tema per me molto importante.

Questo spettacolo avrà un futuro, delle altre repliche?

Questo non dipende da me, ma so che nelle intenzioni di produzione della Corte Ospitale c’è sempre quella di far circuitare gli spettacoli, quindi è probabile. Vediamo anche come andrà questo debutto, che per me comunque è molto importante sia a Torino alle Colline. Infatti, il mio rapporto con Sergio Ariotti e Isabella Lagattolla è ottimo, e anche in tempi non sospetti si sono sempre curati del mio percorso. Sono molto contento di aver fatto incontrare la Corte Ospitale e il Festival delle Colline rispetto a questo progetto.

Parlando del tuo futuro invece? Di quello che ti aspetterà dopo?

Parlando del dopo, anche i due testi che andranno in scena nella prossima stagione del TPE e del TST, cioè Lo zoo di vetro e La casa di Bernardo Alba, in qualche modo ripercorrono questa strada, portano un po’ avanti questa tematica familiare e dell’assenza: sono tutti testi che partono dall’assenza.

Alessandra Botta
Alessandro Petrillo
Andreea Hutanu

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