PUEBLO

Ascanio Celestini, figura di spicco della narrativa italiana, ha portato in scena uno spettacolo dalla struttura per lui tipica. Tre storie apparentemente banali; estratti di vita quotidiana di una periferia romana: la storia di una commessa, di una barbone e di un facchino nero.

Diverse le ambientazioni che in molti casi collegano le vicende dei protagonisti: il supermercato, il magazzino, il parcheggio, il bar, le slot machine, tutti posti dove i personaggi si incontrano e si trovano. Ascanio Celestini crea quasi delle scenografie viventi, con grande accuratezza e precisione di dettagli riesce a trasmettere al pubblico immagini vive, semplicemente tramite la narrazione. Tre storie raccontate in modo coinvolgente. Celestini inserisce aneddoti, storie collegate e non ai protagonisti e addirittura barzellette, creando un atmosfera magica, fiabesca, grazie anche all’accompagnamento musicale della fisarmonica del maestro Gianluca Casadei. Il pubblico è portato a pensare alle storie in sé e per sé ed al disagio che i protagonisti vivono quotidianamente. Il racconto presenta spunti di riflessione importanti e d’attualità, come l’immigrazione e la politica, ma la grande capacità di Ascanio Celestini – maestro di narrativa italiana – è di non far mai pesare questi temi, che raccontati in altro modo potrebbero rendere lo spettacolo pesante e noioso. Al contrario, grazie alla sua grande capacità nel raccontare queste storie, inserendo sempre giocosi interventi, lo spettacolo diventa leggero e nel pubblico prevale il sorriso e la spensieratezza alla riflessione, almeno immediata, dei forti temi trattati.
Divertente e coinvolgente, sembra quasi di assistere ad uno spettacolo di corte medievale, dove il menestrello, accompagnato da uno strumento musicale, ha come scopo intrattenere il pubblico senza che si annoi, raccontando storie che però possano, oltre alla risate, lasciare qualcosa in ognuno degli spettatori.
Come gli antichi aedi greci che recitavano per strada lunghi monologhi, storie complesse e talvolta anche poemi epici forniti solo di accompagnamento musicale e tanta memoria, Ascanio Celestini ricorre ad alcuni escamotage per fissare bene certi concetti: aggettivi fissi, epiteti riferiti ad ogni persona (poliziotta grossa) o con la ripetizione, in alcuni casi, di diverse frasi intere.
Estratti di vita quotidiana, storie di emarginati sociali che diventano oggetto d’interesse solo da morti quando la loro presenza può creare notizia e non più disagio. E’ la fine che fa, per esempio, Domenica la barbona; morta sdraiata a terra, sola come sempre ma ora il suo corpo inerme fa notizia e attira gente qualunque, giornalisti, televisione…
Il finale è rappresentativo di tutto lo spettacolo, al suo interno ne è contenuta  l’essenza. La morte della barbona raccontata da Ascanio Celestini non è rappresentata, raccontata, secondo i canoni fissi che essa stessa evoca: morte, tristezza, disperazione. Domenica dopo un’ennesima giornata passata fuori da quel supermercato nella speranza di arrivare al bar di fronte per acquistare il tanto desiderato dolce, cade a terra colpita da un malore sotto la pioggia; topos letterario che amplia l’inquietudine della scena. Il cadavere a terra attira l’attenzione di tutti.

Come tante formichine che fiutano la preda morta e sono pronti a cibarsene, i giornalisti che capiscono la drammaticità della scena, corrono verso quel corpo che sanno già diventerà presto notizia.

La scena della caduta di Domenica è straziante, ma il funerale, il momento di raccoglimento e di lutto, Ascanio Celestini lo rappresenta – paradossalmente, come per tutto lo spettacolo – come una grande festa alla quale partecipano tutti i personaggi, tutta quella gente che ha fatto parte della vita di Domenica e che, chi più e chi meno, l’ha segnata.

La scena finale del funerale è come una festa giocosa, una ballata fra vecchi amici: è, nel suo piccolo, quello che Ascanio Celestini ha voluto esprimere per tutto lo spettacolo. Raccontare storie immaginarie di gente emarginata, che alla vita non ha chiesto nulla ed ha ricevuto ancora meno.

Celestini ha affrontato temi forti, che tutti hanno colto, sui quali tutti hanno riflettuto. Ma grazie alla sua forza interpretativa, alla modalità narrativa e al forte impatto scenico queste storie sono diventate parte del pubblico stesso e non solo temi forti sui quali dibattere.

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