IL SESSANTOTTO A TEATRO

Edoardo Fadini nella temperie rivoluzionaria

Un critico «militante» e «ricettivo» (Giuliana Pititu), un «filosofo del teatro» (Federica Mazzocchi) «sempre all’erta per i cambiamenti» (Susanna Fadini), Edoardo Fadini negli anni Sessanta giunge a Torino e avverte i fervori di una città che si prepara a raccogliere le voci della contestazione.

L’incontro sul Sessantotto a teatro del 14 marzo 2024, presso la Fondazione Archivio Lorenzo Ferrero, si è aperto con la proiezione di un estratto di Paradise Now del Living Theatre. Datato proprio 1968, le prove del lavoro teatrale – che di “teatrale” ha ormai ben poco e si precisa anzi come dissoluzione della prassi scenica – si svolgono nel clima del maggio francese, i cui fermenti accelerano la fuoriuscita del gruppo dal teatro verso una più diretta lotta politica nelle piazze. Recuperando la fede anarchica di Antonin Artaud e l’idea di teatro come arma politica di Erwin Piscator, il Living persegue la bella rivoluzione anarchica non violenta. Un caso emblematico di una temperie di più ampio respiro.

Il Sessantotto costituisce uno spartiacque anche per quei percorsi teatrali privi della dimensione politica (Jerzy Grotowski e la stagione del “para-teatro”, per citare un esempio) ma indubbia è la potenza sovversiva delle agitazioni che animano il movimento: un terremoto politico-sociale scuote ferocemente il panorama artistico e culturale della fine degli anni Sessanta.

Forte è la necessità di rispondere alla domanda di partecipazione avanzata dalle nuove compagini sociali in lotta. Si cerca una democratizzazione culturale: gli stessi Teatri Stabili sperimentano le prime politiche di decentramento per avvicinare il pubblico popolare (quello degli insediamenti residenziali periferici, degli operai, degli studenti).  

Il Piccolo, teatro brechtiano, non può parlare di «arte del teatro» ma di «lavoro teatrale» e, quindi, non può indicare una via di democratizzazione che non sia una via che guardi indistintamente a tutti i lavoratori.

Paolo Grassi, 13 settembre 1968.

Ma l’operazione di «Teatro Quartiere» a Milano finisce per privilegiare uno spettacolo come l’Arlecchino servitore di due padroni, manifesto del Piccolo e dello stile registico strehleriano.

Portare nelle periferie il teatro pensato e realizzato per il centro – spiega Giuliana Pititu con le parole di Fadini – è una forma di «colonizzazione» culturale e non di «decentramento» (che non può risolversi nel meccanismo di semplice dislocazione nei quartieri periferici – Mirafiori Sud, Falchera, Corso Taranto, Vallette – degli spettacoli delle sale primarie): Fadini riconosce la necessità di realizzare un teatro autentico che metta in luce le istanze di quel pubblico, non più soltanto borghese. Una questione, quella del “decentramento” (che nell’esperienza torinese avviene per conto del Teatro Stabile diretto allora da Gian Renzo Morteo, Giuseppe Bartolucci, Federico Doglio, Nuccio Messina e Daniele Chiarella), che costituisce un nodo cruciale nella biografia di Edoardo Fadini e che sottolinea, nella dialettica-scontro con Giuliano Scabia, come la condivisa urgenza di un teatro politico si traduca in progetti differenti non tanto nelle questioni di fondo – analogo è il porsi il problema dei processi di partecipazione in ambito teatrale – quanto nella diversa accezione della medesima necessità politica e artistica (la polemica che all’epoca si innescò tra i due fu più un «conflitto di individualità»).

Fadini si mostra severo nei confronti del teatro esplicitamente e immediatamente politico. Da qui la critica a Dario Fo, il cui lavoro teatrale è di chiara posizione ideologica e diretta denuncia politica (nel 1970, insieme a Franca Rame, inaugura «La Comune», collettivo che nello stesso anno realizza Morte accidentale di un anarchico) e la vicinanza invece a Carmelo Bene, nella cui feroce decostruzione del linguaggio Fadini riconosce il vero teatro politico. Una vicinanza che gli sarà scomoda all’interno del PCI (a cui è iscritto nel periodo 1961-70), che guarda con deciso sospetto all’anarchismo dell’enfant terrible

L’eredità forse più interessante della stagione “avanguardistica” – spiega Armando Petrini – cioè di quella zona della ricerca teatrale di più violenta rottura e sovvertimento, coincide proprio con il superamento della dicotomia direzione-recitazione incarnato nella figura dell’autore-attore, di cui l’artifex beniano è una delle massime espressioni. Insieme a Leo De Berardinis, Perla Peragallo e Carlo Quartucci, Carmelo Bene è uno degli artisti che Fadini, in qualità di vice presidente dell’Unione Culturale Franco Antonicelli, ospita a Torino nell’ambito di alcune rassegne dedicate al teatro di ricerca (a tal proposito, Susanna Fadini ricorda quando il padre portò all’Alfieri proprio il Pinocchio di Bene). Alcune di quelle personalità artistiche partecipano al primo Convegno del Nuovo Teatro di Ivrea nel giugno del ’67, che Fadini organizza con Franco Quadri e Giuseppe Bartolucci.

Dentro un percorso altalenante, segnato da mutamenti significativi, l’attività di critico di Fadini- cruciale nel decennio 1965-75, quando scrive su «L’Unità», «Rinascita» e «Il Contemporaneo» e interviene poi su «Sipario», «Teatro» e «Fuoricampo» – è da considerare in rapporto a quella di organizzatore, accentuata in modo particolare dal ’75, anno di fondazione del Cabaret Voltaire a Torino. Fino alla metà degli anni Novanta, sarà centro della sua attività di produzione e programmazione teatrale (organizza, per esempio, il Festival Internazionale del Nuovo Teatro di Chieri) nonché sala in cui passeranno personalità artistiche quali il Living Theatre, John Cage, Tadeusz Kantor, Pina Bausch e Bob Wilson.

Spirito libero e intraprendente, uomo di «cultura immensa» e «intelligenza vivacissima» – con le parole della figlia Susanna – Edoardo Fadini lascia in eredità quel singolare gusto per il giudizio netto ma dialettico, per la riflessione mai assestata su rigide posizioni ideologiche, cha al taglio netto e sferzante accompagna una complessità di pensiero nutrita di una profonda capacità di osservazione. Le spinte utopiche dei progetti fadiniani si coniugano alla consapevolezza dei limiti che gli sono propri, secondo una prospettiva di ostinata riflessione – mai precipitata nella rassegnazione – «permeabile» alla critica e al fallimento.

Edoardo Fadini ha saputo incanalare in una direzione a cui è rimasto fedele i fermenti teatrali del suo tempo. Quelli propri di un clima in cui la richiesta di partecipazione si ergeva forte e dirompente (e che oggi, invece, più che di risposte esige forse sollecitazioni). A un decennio dalla sua morte, l’impronta di Fadini – che credo abbia ancora molto da dirci – si mantiene viva e presente.

Per tutta la sua vita non ha fatto che cercare, provare, ascoltare e osare anche oltre le proprie possibilità […] sempre senza compromessi e senza falsità dal punto di vista intellettuale. Susanna Fadini

Susanna ed Edoardo Fadini.
Foto di Bruna Biamino dal volume Una razza che scompare, Fondazione italiana per la fotografia, Interlinea, Novara 1993.

Chiara Ceresola

presso Fondazione Archivio Lorenzo Ferrero

con Armando Petrini, Giuliana Pititu, Federica Mazzocchi e Susanna Fadini

a partire dal volume Scritti sul teatro di Edoardo Fadini (Cue Press, 2023).

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