VESSEL – DAMIEN JALET & KOHEI NAWA

Nei teatri fa caldo. E mentre ti dirigi verso, con addosso un’arietta fresca di primo richiamo autunnale, non lo sai ancora da quale microclima verrai avvolto una volta entrato. Eppure se non in occasioni straordinarie, l’aria è terribilmente calda e irrespirabile. Ma tu sopporti, e anzi, ti munisci di un ventaglio che di sicuro disturberà il vicino di posto o anche solo te stesso per lo sforzo da compiere. L’oggetto di tanta beatitudine è quasi sempre il foglio di sala, dove in questo caso è stampato il programma della serata inaugurale del Festival Torinodanza 2022 alle Fonderie Limone. Sullo sfondo nero e rosso a grandi caratteri bianchi il titolo della performance: VESSEL del coreografo Damien Jalet e dell’artista visivo Kohei Nawa.

Come ad ogni inaugurazione lo scalpiccio della gente rende il foyer chiassoso e, come già detto, accaldato. Una volta entrati in sala con una traiettoria frammentata dai classici saluti di rito, le luci si abbassano, e le chiacchiere lasciano il posto ad un silenzio contemplativo non così potente, ma comunque accogliente. Sfuocata è tutta la prima scena iniziale della performance, che fa intravedere appena la scenografia e i corpi incastrati tra loro dei sette danzatori. Ciò che fuoriesce lentamente da questa atmosfera è uno scenario umido, fatto di un velo d’acqua disteso su tutto il palco e di un iceberg dalle dimensioni notevoli posto al centro.

© Damien JALET|Kohei NAWA
VESSEL 2016
Rohm Theater Kyoto
Photo : Yoshikazu INOUE

I danzatori non sono nient’affatto danzatori, e nemmeno esseri umani. Sono creature che porgono alla vista dello spettatore la sola schiena e le gambe contorte, mentre la testa è nascosta, abbassata da braccia incrociate e da mani appoggiate dietro la nuca. Queste figure, dapprima incastrate tra di loro in ammassi liquefatti, conquistano la loro autonomia andando a ramificarsi verso l’alto con le gambe e dondolando intorno all’installazione senza mai mostrare il loro volto. Questo momento di libertà e proiezione verticale si tramuta in poco tempo nella ricerca di uno spazio comune dove gli esseri che abitano questa terra desolata si affiancano l’uno all’altro creando una linea molto vicina al proscenio. Comincia da qui un coro di sagome in costante sincronismo con la musica, e capace di frammentare il campo visivo dando vita ad un gioco di tracce fisiche, non umane.

Un quadro lento e buio ad intermittenza e in continua trasformazione ferma il tempo del pubblico offrendogli la possibilità di raggiungere una dimensione altra, intangibile ed evanescente. È un tempo piuttosto lungo, quello di questo quadro, che porta il pubblico a dividersi tra chi accoglie la proposta di rimanere sospeso in una lenta contemplazione e chi, con più o meno resistenza, si addormenta chiudendo un poco gli occhi.

È come se fin qui, spettatori e danzatori, si fossero preparati insieme ad un sodalizio di intenti non svelati, ma sperati, e alimentati da una domanda: quand’è che una traccia “corporea” sbarcherà sulla struttura bianca posta al centro, su questa installazione che rimanda subito alla rappresentazione di un iceberg? La risposta arriva quasi immediatamente e i 7 corpi, avvicinandosi con i loro lineamenti contorti a quell’ammasso bianco conquistano uno spazio altro rispetto alla scena liquida tutt’attorno. È un luogo dunque asciutto, la cui luce in un crescendo per gradi risveglia anche i più assonnati del pubblico. Le tracce nello spazio si fanno più forti e disarticolate, mentre dal centro dell’installazione una massa di un liquido chiaro e denso ribolle e cattura l’attenzione.

© Damien JALET|Kohei NAWA
VESSEL 2016
Rohm Theater Kyoto
Photo : Yoshikazu INOUE

Dopo un disegno compatto e geometrico di tutti i corpi dietro questa superficie mobile, una delle creature si avvicina e raccogliendo un po’ di materia se la cosparge addosso, permettendo a quest’ultima di fermarsi in punti del corpo, come la colonna vertebrale, che ne delineano le sembianze. Eppure, anche se imbibito di questo “unguento”, non ce la fa e torna indietro nello spazio collettivo. Tutti si avvicinano, finché solo un essere, a contatto con la massa, riceve una forza vitale e si alza in piedi in posizione eretta. Questa stessa figura, entrata poi nella melma chiara si lascia assorbire fino ad essere risucchiata.

Lo spettacolo, proteso tanto alla forma quanto all’intenzione, viene sostenuto da un’atmosfera fuori dal quotidiano che incuriosisce ma che non scava fino in fondo le condizioni di sopravvivenza e di agognata salvezza che tutta la drammaturgia nella sua interezza assurge a portare a galla. Nel complesso la ricerca è in gran parte dedita alla scenografia e allo studio dello spazio, e la cura di Nawa è impeccabile. La risposta coreografica a questo paesaggio è un rimbalzare costante tra i buonissimi risultati che portano il movimento dall’interno verso l’esterno, visibili in tutta la prima parte, e i giochi dei corpi aderenti sia alla musica sia alle risoluzioni geometriche che rendono labile il confine tra ciò che tenta di diventare estetico e che, non riuscendoci, rimane insapore e inodore: un po’ sciapo, ecco.

Silvia Urbani

coreografia Damien Jalet
danzatori Aimilios Arapoglou, Nobuyoshi Asai, Francesco Ferrari, Ruri Mito, Jun Morii, Astrid Sweeney, Naoko Tozawa
scene Kohei Nawa
luci Yukiko Yoshimoto
musiche Marihiko Hara, Ryūichi Sakamoto
SANDWICH Inc., Théâtre National de Bretagne

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