ECLOGA XI – ANAGOOR

Domenica 16 ottobre 2022 la compagnia Anagoor ha portato in scena, al Teatro Astra di Torino, all’interno della programmazione del ventisettesimo Festival delle Colline Torinesi, Ecloga XI

Il lavoro è un’ omaggio alla parola, alla poesia. Un’allusione diretta, senza mezzi termini, ad Andrea Zanzotto  e alla sua opera IX Ecloghe pubblicata nel 1962, presso Arnoldo Mondadori Editore all’interno della Collana “Il Tornasole”.  Non a caso, il titolo principale è seguito dal sottotitolo “un omaggio presuntuoso alla grande ombra di Andrea Zanzotto”, richiamo alla definizione che il poeta diede delle sue composizioni “un omaggio presuntuoso alla grande ombra di Virgilio” 

Le parole del poeta pievigino rimandano ad un paesaggio bucolico e arcadico che riesce a evocare risposta all’interno della poesia, intesa come percorso. Il verbo di Zanzotto, in questo ultimo lavoro degli Anagoor, lontano dagli stilemi novecenteschi, funge da fulgido varco da cui sbirciare all’interno di una visione, ormai, troppo lontana. Sul sipario, ancora chiuso, compaiono ,attraverso video proiezione, i versi di Recitativo Veneziano . Davanti al sipario, un microfono agganciato alla sua rispettiva asta, resterà privo della presenza umana. Si inizia a delineare un assenza. La voce di Luca Altavilla, fuori scena, crea e dosa visioni attraverso il suono. La modulazione vocale attiva la produzione di un ampio paesaggio sonoro. Apertosi il sipario, due attori-performer occupano la scena dando le spalle al pubblico. Riflettono sul senso di ciò che vedono davanti ai loro occhi: La Tempesta opera, largamente conosciuta, del pittore veneto Giorgione da Castelfranco. 

Nella riproduzione presente in scena, la figura umana della donna che allatta il neonato e quella del soldato sono assenti. Il quadro non presenta nessuna delle due figure umane. Sono state diligentemente omesse. L’uomo è dunque relegato ad una dimensione spettatoriale. È estraneo all’immagine e questo lo porta a riflettere sul significato intrinseco che possiede. 

La voce maschile è un refolo flemmatico che modula i versi pastorali di Zanzotto. L’intimo dialogo tra i due corpi, attraverso la parola poetica sempre presente, porta dinanzi a tracce di luce del passato. Segnali attorniati da un’aura che non può che emergere attraverso rivelazioni trascorse e mai più percorribili in un cammino futuro. Lo spettacolo è costruito attorno ad una struttura che mette in relazione questa memoria mitica e l’impossibilità di un’avvenire. Il disincanto da cui è attanagliata la poesia è frutto di una società immersa in una dinamica di scivolamento verso il post capitalismo. Queste testimonianze si fanno pressanti ed enigmatiche. L’apertura verso spazi altri, premonisce una condizione di inadeguatezza verso una fluorescenza futura che illumina segni indecifrabili. L’agitarsi all’interno di un presente ricolmo di incertezze, non fa che appianare il futuro in un terreno sterile, immemore di ogni trascorso. 

La poesia di Zanzotto si fa guida nella notte, nonostante sia consapevole di essere ormai voce morta. Parte di un coro che visse solo nel momento in cui la parola venne pronunciata. Pur facendosi conduttrice, la poesia dell’artista veneto sta sempre un passo indietro alla figura del maestro Virgilio. Anzi cerca di cogliere, in un continuo rilancio con  diversi poeti (Dante, Petrarca, Leopardi, Pasolini, Hölderlin…), una catena poetica che continui a bruciare.

Il quadro di Giorgione viene, pian piano , attraverso l’ausilio di un rullo da imbianchino, ricoperto  con della vernice nera. Scompare, rimane solo la percezione memoriale che si ha di quello appena visto. Il mondo di cui emergono solo tratti idilliaci lontani è perduto. Si è in una posizione svantaggiosa di vessazione,  dove ci si trova immersi fino alla gola. È la condizione dell’uomo versato nel Duemila. 

L’apice drammaturgico del lavoro è rappresentato dalla lettura, da parte dell’attrice Leda Kreider, della lettera che il filosofo tedesco Günther Anders scrisse nel 1959 a Robert Eatherly, l’aviatore e metereologo statunitense che diede il via libera all’equipaggio del bombardiere Enola Gay per lo sgancio della bomba atomica Little Boy sulla città giapponese di Hiroshima. La lettura si carica di un significato profondo, attraverso degli interventi poetici con i versi di Zanzotto. Ciò permette di rendere evidente la contraddizione della società odierna. Una società che vive una continua tecnicizzazione dell’esistenza, con il conseguente impoverimento dell’individuo. Il profondo divario tra paesaggio-poesia e la loro devastazione. Il dolore di questa distruzione rende incapaci di parlare. Si è inermi, muti, confusi di fronte al poeta.  

Si riflette sul concetto di tempo, lontano dal suo significato storico-culturale. Si approda verso una misurazione temporale di tipo geologica e biologica. Si arriva ad un vertiginoso tempo astrologico, tradotto attraverso degli elementi scenografici che, grazie alla luce prodotta da delle lampade UV, sembrano vivere di una propria fluorescenza. Queste immagini ridonano, attraverso la memoria, le suggestioni del quadro di Giorgione. La figura umana adesso è presente attraverso il corpo dell’attrice. La carica dinamica viene stabilità dalla sua nudità statuaria.

Questo lavoro rappresenta un fulgente punto da cui poter osservare l’inferno all’interno del quale si è immersi. Ma anche un modello per conoscere la fiamma, ancora viva e ingenua, della speranza.

Michele Pecorino

testi di Andrea Zanzotto

in scena Leda Kreider e Marco Menegoni

musiche e sound design Mauro Martinuz

drammaturgia Simone Derai e Lisa Gasparotto

regia, scene e luci Simone Derai

voce fuori scena Luca Altavilla

produzione Anagoor

coproduzione Centrale Fies, Fondazione Teatro Donizetti Bergamo, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, TPE – Teatro Piemonte Europa / Festival delle Colline Torinesi, Operaestate Festival Veneto

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