TEATRI CHIUSI, TEATRI APERTI

SENZA GLI SPETTACOLI SIAMO TUTTI ORFANI. RIPARTIAMO DALLA BELLEZZA.

Guido Ceronetti, poeta, filosofo, scrittore e giornalista italiano, scriveva sul quotidiano “La stampa” del 15 dicembre 2010: “[…] Il melodramma, l’Opera lirica, ha concluso il suo arco a metà del secolo scorso; è destinata a perdersi, è ormai un puro evento d’obbligo ma di scarso significato. La musica invece è eterna, il teatro è eterno (di eternità per noi misurabili, che non valgono in aeternum) […]. Il cartellone della Scala è, sia pure bellissimo, già un animale impagliato. Anche gli altri cartelloni… Che bisogno c’è di una stagione d’Opera al Regio di Torino? […]

Il pubblico che va alla Scala la sera del 7 dicembre ad immobilizzarsi durante quatto o cinque ore, è impossibile immaginarselo spinto da motivi di elevazione spirituale (uso il vecchio termine del pensiero assassinato, con quale sguazzo meglio che se dico culturale). I motivi sono di vanità pura, esibizione di scollature e pettinature, significare presenza. E per questo i violini si agitano, le grandi bacchette sollevano ondate… Tutto falso, tutto vento che ha fame. […]

Indigesta è sempre la verità. È amaro pensarlo ma: se la Scala chiude, che male c’è?

Quella che era una provocazione di Ceronetti, oggi è diventata una realtà di fatto: la Scala, i teatri d’opera e tutto il settore cultura si è fermato. Non ci sono più concerti, non ci sono più spettacoli, non si può andare nei musei, non si può più andare al cinema.

Tuttavia, possiamo fare alcune distinzioni.

Molte prime visioni cinematografiche sono state annullate, alcune però sono state riproposte in modalità differenti: attraverso canali a pagamento o su piattaforme online è possibile, per esempio, vedere il film programmato per l’uscita al cinema direttamente a casa.

Molti sono i concerti proposti online: anche se con modalità diverse, l’appassionato di musica può sopperire in qualche modo alla mancanza di eventi dal vivo.

Per il teatro la questione si fa più complessa. Il teatro esiste quando in un preciso momento si trovano almeno due persone: una intenta a recitare, con la consapevolezza del suo ruolo, e l’altra intenta a osservare.

Questo non significa che una pièce in linea teorica non si possa comunque fruire anche non in presenza. Ci sono molte possibilità per riprendere quell’azione: registrare un video, trasmettere lo spettacolo in diretta. Il problema è che con quel modo di fruire la rappresentazione non siamo più di fronte al teatro vero e proprio. Il teatro vive del qui e ora.

Per questa via, mentre il cinema e la musica si ricollocano, guadagnandosi un dignitoso spazio, il teatro scompare.

Questa impossibilità di avere alternative può, per alcuni aspetti, anche essere un punto di forza del teatro (fuor dall’emergenza Covid, s’intende). Per quanto l’innovazione abbia portato ad avere tecnologie sempre più avanzate, infatti, e ci abbia permesso di trovare alternative a moltissime attività della nostra vita quotidiana, ci sono ancora delle cose che non possono essere sostituite. Lo diceva bene una nota pubblicità del passato: ‘Ci sono cose che non si possono comprare, per tutto il resto c’è Mastercard’. Il teatro non è forse una di queste?

A fronte di queste considerazioni, rimane un dato molto preoccupante: le ricadute economiche del fermo di questi mesi sul settore culturale – a prescindere da musica, cinema, arte o teatro – sono fortissime: forti sono le perdite per le stagioni teatrali annullate, per le mostre rimandate a data da definirsi, per i concerti annullati; ingenti sono le perdite per chi in questi settori lavora: alcuni sono in cassa integrazione, altri possono accedere a qualche aiuto statale, alcuni hanno perso mesi di lavoro e di soldi. Tutti sono accomunati dal fatto di essere fermi, preoccupati e con un futuro incerto. Nessuno è in grado di dirci quando si potrà ripartire e, soprattutto, come.

Lo scrittore Stefano Massini durante una puntata del programma Piazza Pulita su La7 denuncia proprio lo stato di ‘abbandono’ del settore culturale. Inizia il suo discorso dicendo che in ogni fase storica ci sono sempre state delle contrapposizioni: ‘proletario – capitalista’, ’normale – diverso’, ‘occidentale – orientale’. Sostiene che il Covid abbia portato a una nuova contrapposizione: quella tra persone utili e inutili, tra necessari e superflui.

Nel nostro Paese pare sia fondamentale parlare di ripartenza delle industrie, delle scuole (anche se anche i bambini – a dire il vero – non sono esattamente stati al centro delle politiche messe in campo), ma ciò che risulta assai evidente è che non si parli di cultura.

È ovvio – ed è lo stesso scrittore a riconoscerlo – che sia comprensibile che i teatri, per la loro grandezza e il numero di persone che possono contenere, siano luoghi a rischio per la cui riapertura è necessario assicurare il massimo della sicurezza. Il fatto però che vengano ignorati nei discorsi sul rilancio del Paese dà davvero la sensazione che siano superflui. E così non è.

Dietro ogni cantante che canta, attore che recita, scrittore che scrive, ci sono centinaia di persone che rendono possibile quel lavoro. E il comparto culturale è fondamentale per l’economia di questo Paese.

Massini sottolinea alcuni concetti che faccio miei e che restituiscono ancora una volta l’importanza del settore culturale, anche – o, forse ancora di più – nei periodi di difficoltà:

“[…] in questo momento tutti noi stiamo vivendo una ‘specie di carcerazione’, gli inutili scrittori, cantanti, attori, con i loro libri, canzoni, film, hanno contributo a rendere più sostenibile questa carcerazione sanitaria […]“.

Chi di noi, infatti, in questo periodo di clausura non ha guardato film o ascoltato musica o letto un libro?

E ancora: “[…] Non siamo un paese qualunque, l’Italia ha nel suo dna la funzione di faro nel mondo per il rapporto con la bellezza, sarebbe bello sentirsi dire magari esagerando che è fondamentale riaprire i teatri perché senza quelli siamo orfani, è fondamentale, perché quello fa parte della nostra identità […]“.

E per ultimo: “Spesso i capitoli più importanti della nostra vita coincidono con quel film, con quel concerto, con quello spettacolo, l’arte non sono quelle scemenze, sono parte radicale di noi stessi. Se dobbiamo ripartire facciamolo con un occhio alla bellezza, la sete di ricordi passa dalla bellezza“.

Amartya Sen, premio Nobel per l’Economia, ha basato le sue riflessioni sul ruolo della cultura teorizzando l’idea dello sviluppo come fattore di libertà. Se secondo l’approccio del capitale umano l’istruzione porta a rendere l’individuo più efficiente in una logica produttiva, aumentando il valore economico della persona che è stata istruita e quindi il suo reddito, nella prospettiva di Sen l’istruzione acquista un valore intrinseco e non strumentale. L’essere istruiti, la lettura, la conoscenza, porta l’individuo a poter scegliere con maggior cognizione di causa, sviluppando quello che Sen definisce la ‘capacitazione umana’.

Le capacitazioni sono un indicatore attendibile per valutare lo sviluppo economico di una collettività e il benessere di ciascuna persona. I beni che formano le attribuzioni necessarie possono essere distinti in due categorie classificare da Tibor Scitovsky, (economista ungherese, professore presso prestigiose Università statunitensi, studioso di vari campi della teoria economica, tra cui l’economia del benessere): i beni di comfort e i beni di creatività. I primi sono quelli che rendono la vita confortevole, si acquistano sul mercato se si dispone di denaro sufficiente e si presentano sotto forma di oggetti o servizi. I secondi invece sono i beni di creatività, rendono la vita intensa, aumentano le capacità delle persone, invogliano ad affrontare nuovi problemi e danno da pensare. Questi beni non sono acquistabili sul mercato tramite esborso di denaro. Sono generalmente beni immateriali che si manifestano principalmente nelle relazioni: per questo molti autori li definiscono come ‘beni relazionabili’. I primi hanno un’utilità marginale decrescente, il beneficio è temporaneo mentre i beni di creatività hanno un’utilità marginale crescente, il beneficio è duraturo e tende ad aumentare. Gli esempi di beni ad utilità crescente sono i beni culturali come la musica, la letteratura, il teatro.

Julian Beck fondatore del Living Theatre, diceva che ‘L’atto teatrale è quell’anelito vitale che si contrappone al silenzio della morte.’

Questa chiusura forzata, questo silenzio, sembra davvero far pensare alla morte. Tuttavia, proprio come diceva Julian Beck, occorre ritrovare ora più che mai quell’atto vitale, quella forza che rende liberi, appagati, e che solo la cultura e la bellezza possono regalare.

Daniela Cauda

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