Il punto di partenza di Disconfession è Psicosi delle 4.48, ultima opera di Sarah Kane, drammaturga britannica morta suicida nel 1999, a soli 28 anni.
Le 4.48 sono l’orario in cui, secondo le statistiche, avviene il maggior numero di suicidi. L’argomento del suicidio, ovviamente, è stato affrontato in molte opere, sin dall’ Inferno di Dante, in cui il tema viene filtrato attraverso il pensiero religioso dell’autore, fino al film Al di là dei sogni (1999, Vincent Ward), dove invece si ha un punto di vista più umano.
Come sceglie, dunque, Troisi, di affrontare un tema così delicato? Nella maniera più pratica possibile: ossia, parlando con gli spettatori.
Ad ognuno di loro, infatti, viene consegnato un braccialetto fosforescente e viene scritto un numero sulla mano, con cui verrà chiamato dall’attrice, che, facendolo sedere, inizia un breve e introspettivo dialogo sottovoce su temi esistenziali.
Cercando di mettere, discretamente, a nudo più se stessa che lo spettatore, l’attrice si sofferma soprattutto sul tema del desiderio, su quanto sia importante per l’uomo desiderare ed essere desiderato.
<< Cosa saresti disposto a fare per farti notare? >>, << Ti senti desiderato? >>, << Cosa faresti se fossi lasciato da solo? >>, sono solo alcune delle domande che, oltre ad essere poste, vengono anche proiettate sul muro, come una sorta di monito. Nella mente di chi scrive il primo collegamento è stato quello con il celebre film Il silenzio degli innocenti (1991, Jonathan Demme), in cui Hannibal Lecter spiega a Clarice che è il desiderio a spingere il killer Buffalo Bill a compiere le sue efferate azioni, e che, gli umani iniziano a desiderare cercando fuori di sé. Sensazione che ho avuto probabilmente anche per via della modalità “colloquio seduto”.
Nel frattempo, il pubblico viene invitato a ballare sul palco, con una musica da discoteca. Ho interpretato questa scelta artistica immaginando che per molte persone essa abbia una valenza negativa, in quanto vista come luogo di incontri fugaci e tempio del rumore. Quindi, forse, questo escamotage risulterebbe funzionale a fare riscoprire agli spettatori il valore del silenzio al fine dell’autoconsapevolezza.
Mi ha colpito molto il fatto che la maggior parte del pubblico abbia subito assecondato questa modalità piuttosto atipica di interazione con l’interprete, accettando di ballarle intorno con trasporto ed entusiasmo. A riprova che, forse, il teatro sia un luogo dove potersi riappropriare della propria fisicità ed esercitare il movimento nello spazio.
Per forza di cose, tutto quello che è stato scritto è un’interpretazione personale. Ma, effettivamente, può un tema così delicato e oggettivamente difficile da affrontare, trovare una risposta univoca, che metta d’accordo tutti? Sicuramente no. Dunque, stia alla sensibilità di ciascuno interpretare a suo modo ciò a cui ha assistito.
Niccolò Casassa
Uno spettacolo di e con Annamaria Troisi
Liberamente tratto da Psicosi delle 4.48 di Sarah Kane
Assistente Sara Consoli
DJ Luca Guglielmetti