Circle Mirror Transformation è un testo di Annie Baker andato in scena al Teatro Carignano dal 7 al 19 aprile con la regia di Valerio Binasco, anche interprete nello spettacolo. L’opera mette al centro un gruppo di allievi attori alle prese con un percorso teatrale e personale che evidenzia fragilità, incomprensioni e tentativi di conoscersi davvero. L’intervista del 17 aprile con Binasco ha permesso di approfondire il lavoro sul testo e sui personaggi.
Emanuela Cerino: La prima domanda che vorrei farle è perché ha scelto questo testo? E c’è qualcosa che ha scoperto, lavorandoci, che non si aspettava?
Valerio Binasco: Alla prima domanda faccio fatica a rispondere di solito, perché non c’è mai un perché. Alla fine uno si trova che sta facendo un testo e dopo semmai ti chiedi “ma perché l’ho scelto?” Quindi non c’è una decisione preventiva, non è che lo preferissi ad altri… però c’era qualcosa che mi parlava, che mi diceva che avrei potuto entrare in un mondo di persone che avevano un’identità piccola, che non erano eroi. Mi piaceva il fatto che in questo testo non accadesse nulla di importante, ma che fossero dei piccoli accadimenti che però corrispondono a tutto quello che nella vita chiamiamo sentimenti, piccoli sentimenti, amori, disamori, la paura di invecchiare, il rapporto con i genitori… dove non vi è nulla di eclatante, ma di sufficiente per farmi pensare che ogni vita merita attenzione, merita un racconto, merita di stare al centro di una storia e merita di essere vista e conosciuta. E questo aspetto del teatro mi ha sempre attirato: quando le piccole storie della gente da nulla diventano lo specchio nel quale tu vedi poi scorrere anche la tua vita come spettatore e come attore. Questo testo aveva abbastanza delicatezza per permettermi di fare un viaggio e quindi alla fine ha prevalso su altre scelte. L’ha fatto piano piano, con discrezione, non si è imposto. Questo elenco di motivo l’hanno reso per me un compagno di studio prima e un viaggio poi.
E quello che ci ho trovato dentro che mi ha sorpreso, che sapevo ci fosse ma non così tanto, è il desiderio di persone qualsiasi di incontrarsi, parlare dei propri problemi, della propria vita, della propria fragilità e il fatto che questa possibilità di incontrarsi ci sia. Una volta tanto non è un testo pessimistico o cinico, come altre volte mi è capitato di fare, ma è un testo che nonostante sia malinconico e forse un po’ commovente a tratti, per il resto racconta che la possibilità di incontrarsi, di volersi bene, di aiutarsi, di riconoscersi negli altri c’è e quanto si verifica non è un evento da niente, ma è un evento importante. Sapevo che questo ci fosse nel testo, ma che ce ne fosse così tanta di questa necessità di incontrarsi, di trovarsi, di riconoscersi, e che arrivasse anche al pubblico mi ha stupito. Perché ti confesso che per un po’ io ho avuto il timore — e forse ce l’abbiamo un po’ tutte le sere — che questa nostra opera teatrale a noi dice tante cose ma al pubblico magari può dire poco, se è un pubblico disattento oppure più abituato a una forma di narrazione più spettacolare.
E invece, evidentemente no e questa pare una buona notizia.
Emanuela Cerino: Infatti, la mia prossima domanda è proprio sul pubblico. All’inizio lo spettacolo richiede attenzione e tempo per entrarci dentro, quindi potrebbe essere vista come una sfida nei confronti del pubblico questa attesa?
Valerio Binasco: Un po’ lo è e questo io lo avevo percepito anche in lettura. Quando lo leggevo, lo studiavo e pensavo: come fa il pubblico a capire quello che sta succedendo fin dall’inizio? Quello che forse soltanto quelli che sono gli addetti al lavoro comprendono, come certi esercizi… arrivano così a comprendere la natura umana delle persone che decidono di fare teatro, anche amatoriale, come i personaggi di questa pièce. Allora ho pensato che fosse il caso di fidarmi dell’autrice, che è una grande scrittrice e che probabilmente quei primi dieci/quindici minuti di smarrimento del pubblico sì, costituiscono una sfida. Perché i casi sono due… o il pubblico si allontana e dice: «cosa sto vedendo?», oppure si incuriosisce e allora c’è proprio bisogno dell’umanità e degli attori. Se gli attori riescono a non farsi prendere dal panico del fatto che la narrazione è così sospesa e stanno comunque dentro ai loro personaggi e ai loro problemi e alle loro malinconie, se sono capaci di suggerire agli spettatori che questa cosa da nulla e che sembra essere priva di importanza invece nasconde qualcosa di interessante che da un momento all’altro si potrà manifestare, fa sì che il pubblico si ponga in una dimensione di interesse invece che di rifiuto. Il rischio del rifiuto c’era ed era molto forte, e nessuna regia ci avrebbe potuto salvare. Soltanto la bravura degli attori è capace di catturare l’attenzione del pubblico in questi casi, e poi la bravura della scrittrice. La sua intelligenza, la sua capacità ha fatto sì che dopo quattro scene, forse incomprensibili, inizi finalmente il plot di una storia d’amore. A quel punto rimaniamo agganciati e la curiosità verrà premiata.
Emanuela Cerino: Certo. Ecco, parlando del testo… al centro c’è sicuramente la scuola di recitazione di Marty, dove i personaggi più che recitare fanno degli esercizi. Ce n’è ad esempio uno, tra quelli che si vedono in scena, che ho percepito quasi come un gioco. Si tratta di “Io sono te”, che è stato anche uno di quelli che mi ha colpito di più perché i personaggi si mettevano nei panni degli altri. Allora mi sono chiesta: ma quanto è davvero possibile uscire da noi stessi ed entrare nei panni di qualcun altro?
Valerio Binasco: Hai detto che è un gioco, quindi quando noi ci predisponiamo a fare un gioco le regole della vita normale un po’ cambiano. Nel senso che, se il gioco impone delle regole di partecipazione, queste non sono le stesse regole che hai nella vita normale quando il tuo dialogo interno è così forte. Perché tu sei concentrato sul far funzionare un gioco e quindi il tuo dialogo interno un pochino riduce la sua importanza, per cui sei meno attento al tuo io e sei più attento a un io collettivo che si crea nel gruppo delle persone che giocano e questo già ti aiuta. E poi mi è capitato di percepire veramente la mia vita come la vita di un altro, e non come la mia, in maniera paradossale. Cioè, ogni volta che io ho pensato ai personaggi che stavo facendo o agli esercizi che i personaggi stanno facendo, in qualche modo fanno sì che siamo un po’ tutti uguali… e allora sì, io continuo a rimanere me stesso, ma scopro in quel momento che essere me stesso o essere un altro è un po’ quasi la stessa cosa. Mi rilasso rispetto ai temi disturbanti che ci sono dentro la mia testa e penso che questi temi disturbanti non sono disturbanti, ma sono semplicemente della vita di tutti. E allora io non mi accosto all’essere un altro, come se questa fosse una prestazione, ma lascio semplicemente che la mia sensazione di essere un po’ come tutti prevalga su quella illusoria — e qualche volta dannosa — sensazione di pensare di essere soli e speciali sulla Terra.
Quindi io sono gli altri, fra cui anche James e tutti i personaggi. È una strana arte che comincia a funzionare quando tu ascolti un po’ meno il tuo io. Scopri che il tuo io non lo puoi cancellare, ma è un io collettivo, è un io che appartiene a tutti. Io sono come gli altri, io sono uguale agli altri, gli altri hanno i miei problemi e io ho i problemi degli altri. Allora è molto riposante, per certi aspetti, giocare alla recitazione, oppure farla professionalmente. Perché quando ti immergi in questo strano viaggio che è quello che noi chiamiamo un altro, ti viene molto bene se pensi che quell’altro sei tu. E mentre lo fai sei un po’ meno tu di quando sei tu. È difficile da spiegare! Non ti ascolti più, ti lasci vivere, e lasciarsi vivere è una bellissima sensazione che ti distacca dalla percezione di te stesso.
Emanuela Cerino: Sono molto d’accordo, grazie per questa bella risposta. A proposito di James, una scena che ho trovato molto interessante è stata quella del dialogo tra lui e Theresa quando parlano con una sola parola. Loro pensano di capirsi ma in realtà non lo stanno facendo, perché stanno entrambi riempiendo quelle parole con il loro senso, il loro io. Mi chiedevo: come è stato costruire questa scena, sia da un punto di vista attoria sia da un punto di vista registico?
Valerio Binasco: Da un punto di vista attoriale è stato abbastanza facile. Perché per puro caso a me capita spesso, quando faccio le prove o quando faccio l’insegnamento, di far recitare gli attori usando un’altra lingua, una lingua che non esiste, facendoli recitare in un grammelot in modo tale che possano esprimere i loro pensieri ma senza l’aiuto — qualche volta didascalico — delle parole. E ovviamente lì si vede molto bene, ognuno legge nell’altro quello che vuole, però si riesce lo stesso a dialogare a livelli di infinità fisica o psichica. E quindi quello è un bellissimo esercizio. Ma non è difficile da fare, basta che tu pensi intensamente a quello che vuoi dire e lo dici usando parole che non esistono. E il fatto che quella persona capisca altre cose è un segreto che registicamente abbiamo deciso di rivelare. Lo spettatore in quel momento è più intelligente degli attori perché capisce, perché sa quello che si stanno dicendo. La Baker non diceva che bisognava proiettare le scritte, ma io ho pensato che fosse un bel gioco interessante questo. Perché i personaggi non sanno quello che l’altro sta dicendo ma il pubblico lo sa. Noi dobbiamo solo concentrarci su quello che sentiamo e che vogliamo comunicare. E in quel momento il pubblico entra nel gioco in maniera molto forte, perché ha delle conoscenze in più rispetto a noi. Di solito c’è la quarta parete in teatro che fa sì che gli attori debbano far finta che il pubblico non c’è. E questo è uno spettacolo che la rispetta abbastanza. Però abbiamo fatto in modo di abbatterla in questo modo perché il pubblico entra sul palcoscenico con noi e sa quali sono i nostri pensieri. Ecco perché quella scena risulta particolarmente interessante, perché è piena di metafore particolari. Il fatto di parlarsi, non capirsi, fraintendersi… questo lo facciamo anche quando usiamo le parole, non solo i suoni astratti. Nel contempo, però, offriamo allo spettatore la capacità finalmente di comprendere e guardare dentro le personalità dei personaggi molto di più di quanto loro non sappiano fare.
E questo è un gioco teatrale in più che non era previsto nel testo. Per rispondere alla tua domanda, quello è un momento molto facile. Usare dei suoni astratti — o addirittura a volte io faccio fare degli esercizi dialogando con dei fischietti — fa in modo la parola non abbia possibilità. C’è solo la comunicazione e passa solo attraverso il corpo, gli occhi, il desiderio, il respiro, le pause.
Emanuela Cerino: Molto interessante. È stato, infatti, molto bello. Tra tutti i personaggi, forse quella che vuole recitare a tutti i costi è Lauren. E lo fa forse forse insieme a Schultz. Quindi, il fatto che questi personaggi si ritrovino in questa scuola di teatro, è perché sono mossi dalla stessa esigenza? O meglio, sono consapevoli dell’esigenza che li ha portati lì?
Valerio Binasco: No, credo di no. Cioè, mi sembra che il piccolissimo gruppo formato nella scuola di Marty sia innanzitutto composto da persone anziane, quindi lo fanno un po’ come passatempo, che li porta lì per vincere i loro incubi. L’incubo maggiore potrebbe essere la solitudine: sono quasi tutti divorziati, quasi tutti hanno dei problemi grossi di origine affettiva, problemi con la figlia, problemi di persone abbandonate. Sono persone abbandonate e sole che si ritrovano lì per ritrovare la gioia dell’incontro con altre persone, ma nessuno di loro lo fa perché vuole fare l’attore. Vanno lì perché pensano sia un’attività espressiva, cioè hanno voglia di esprimere a qualcuno ciò che in quel momento è la loro vita. Ora non hanno questo grado di consapevolezza, però potevano iscriversi a un gruppo di canottaggio, o una scuola di scacchi, o non so… ci sono tanti gruppi dove le persone si incontrano. Ma iscriversi a un gruppo di recitazione vuol dire che tu sarai sollecitato a esprimerti, quindi sono persone che hanno una voglia non gestibile quasi, di esprimere chi sono e di esprimere agli altri la loro curiosità di sapere chi sono gli altri, perché un pezzo importante della loro vita è andato male. Ogni divorzio, ogni crisi importante, soprattutto passata una certa età, corrisponde a un gravissimo fallimento ed è una sensazione difficile da guarire. E quindi loro vanno lì per quello, per incontrarsi e far parlare le loro solitudini, le loro paure, il loro desiderio di contatto.
Mentre la ragazzina si iscrive perché vorrebbe fare l’attrice, però scopriamo — anche abbastanza presto — che questa ragazzina probabilmente nella vita normale è un po’ un’emarginata, una ragazza introversa, solitaria, che soffre di timidezza compulsiva, molto sensibile… e quindi sta cercando anche lei qualcuno a cui confessare, esprimendola al massimo, la sua fragilità. Però a differenza degli altri lei ha un futuro, mentre gli altri lo hanno finito.
Emanuela Cerino: Lo trovo molto toccante… Le faccio un’ultima domanda. Lei, Valerio, andrebbe alla scuola di Marty? Si iscriverebbe? E perché?
Valerio Binasco: Penso di sì. Innanzitutto, ho un bellissimo rapporto fatto anche di bellissimi ricordi del periodo in cui io da ragazzino, un po’ come la nostra Lauren, frequentavo volentieri i corsi filodrammatici dove c’erano persone che durante il giorno facevano i gommisti, parrucchieri, lavoravano nei ristoranti però poi la sera andavano lì a recitare. E mi ricordo che quell’umanità era veramente bella, erano persone speciali, particolari, un po’ buffi però anche pieni di delicatezza, di amore per gli altri. E io ragazzino mi infilavo lì dentro e ci stavo veramente molto bene. Questo è il primo motivo.
Poi da grande sono diventato un professionista, ma non ho abbandonato quel mondo perché quando posso e me lo chiedono, e io ho del tempo libero e sono in una fase magari aperta della mia vita, vado anche volentieri a fare lezione dove ci sono questi filodrammatici. E alcune volte incontro dei pezzi di vita, dei pezzi del mondo, che non sono inquinati dal professionismo. Infatti vengono considerati o dilettanti o amatoriali e sono due belle parole, perché una contiene il diletto, che è una cosa molto importante, e l’altra addirittura l’amore. E qualche volta nel mondo dei professionisti prevalgono altri sentimenti come l’angoscia, l’ambizione, la delusione, la frustrazione, la spinta al successo, che ti distraggono dai due motori più belli, che sono il diletto e l’amore.
E in più, arrivo a dirti che Marty mi sembra una straordinaria insegnante, per cui se io potessi andrei sicuramente alla scuola di Marty. Anche perché lei appartiene a quella tipologia di insegnanti un po’ new age se vuoi, un po’ vecchio stile, una cultura ancora ricca di valori che sono nati negli anni Sessanta, che però ha una fede incrollabile nel fatto che prima di cominciare a recitare, bisogna imparare a dirsi la verità su se stessi. Quindi io a volte definisco il corso di Marty un corso di verità, poi diventerà eventualmente di recitazione. Ma è come se lei credesse nel fatto che le persone possano diventare attori nel momento in cui hanno capito delle cose importanti di se stessi. E questa è una metodologia molto importante, su cui si fonda quasi per intero il metodo Stanislavskij e poi quello Strasberg se vogliamo… ma sto un po’ esagerando.
Emanuela Cerino: Molto bene Valerio, io la ringrazio tanto. L’intervista è finita, grazie per il suo tempo.
Emanuela Cerino
di Annie Baker
traduzione Monica Capuani, Cristina Spina
con Valerio Binasco, Pamela Villoresi, Alessia Giuliani, Andrea Di Casa, Maria Trenta
regia Valerio Binasco
scene Guido Fiorato
costumi Alessio Rosati
luci Alessandro Verazzi
suono Filippo Conti
video Simone Rosset
Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale
Teatro di Roma – Teatro Nazionale
Circle mirror transformation è presentato su licenza speciale della United Talent Agency e per il tramite dell’Agenzia Danesi Tolnay