La fotografia rappresenta l'attrice Bulgherini illuminata da una luce arancione, sul palco insieme a una bicicletta

Alfons(in)a – Marta Bulgherini

A opera della magnetica e carismatica Marta Bulgherini, Alfons(in)a tratta la parziale spettacolarizzazione della vita di Alfonsa Rosa Maria Morini, prima (e unica) donna a competere nel blasonato Giro d’Italia. Durante la presentazione del Direttore di Polline Fest, Alessandro Balestrieri, apprendiamo che Bulgherini porta l’opera a Torino in qualità di vincitrice del premio del Festival per il teatro under 35.

Sul palco troviamo quindi Bulgherini nel ruolo di Alfonsina e Diego Frisina nel ruolo di Pulce l’animale di peluche, nonché di variegati altri personaggi. Entrambi si dimostrano generosi e regalano agli spettatori una grande energia, spinta, scioltezza. Possiedono una dinamica e un’intesa reciproca capaci di sostenere l’intera rappresentazione e di attrarre, ma anche tenere a bada, la platea esuberante e affollata del Teatro della Caduta. Gli scambi di battute sono agili, vivaci, intensi, e gli artisti risaltano nel lavoro individuale e di coppia, stagliandosi energici oltre lo sfondo scuro e spoglio del palco. 

La messinscena si articola in due distinti atti narrativi che differiscono per stile, scelte tecniche, approccio e intenzione.

Il primo segmento narra i sogni, l’infanzia, la preparazione tecnica, la fuga da casa, le competizioni europee, l’amore e l’ambizione della giovane donna, fino al fatidico approdo al Giro d’Italia del 1924:

“Datemi un numero di gara e un orario di partenza”, tuona Bulgherini.

Il primo atto sfreccia e si sbriciola. Così come è stata cucita l’uniforme di Alfonsina, con un lavoro fino fino e da sartina, si potrebbe rammendare qualche taglio del tessuto narrativo, che va tanto veloce da sfilacciarsi, mentre la storia perde volume, si sfina. Con un ago sottile si potrebbero rinforzare i punti bibliografici, rallentando la sovrapposizione dei fatti, i cambi repentini, gli spostamenti di focus. Senza, per questo, disfare la forza dinamica, la fisicità, il ritmo e la voce, di uno spettacolo che si dimostra sempre coinvolgente e avvincente. 

Nel secondo segmento si assiste a una metamorfosi: avviene un’immediata rottura della quarta parete e si instaura una discussione meta-narrativa sulle storie di eroismo femminile e sul senso di benessere che esse regalano. Il pubblico diventa un quarto attore – se il terzo era la bicicletta –, e i due artisti lo coinvolgono una dinamica semi-comica che non manca di riflessioni più profonde e, a tratti, contorte, fino ad arrivare a una chiusura narrativa.

“E quindi, poi, com’è morta?”
“Mia madre?”
“Alfonsina…”

Mentre scrosciano i meritati applausi, mi domando se ogni testo sia un pretesto per parlare di noi: delle nostre macchinazioni, storie, ipocrisie. Anzi, se sia un pretesto per parlare delle nostre madri, di un buco, di un senso d’incompletezza, di un’infanzia che abbandoniamo precocemente. Sia un appiglio per sviscerare i nostri lucidi – e meno lucidi – episodi iper-analitici. Sia lo strumento per sventrare i nostri tentativi di parlare di femminismi, mentre restiamo all’interno di una cornice sociale imperfetta. Un quadro che smorza, nostro malgrado, l’atto comunicativo e il messaggio che ci sta a cuore e che tentiamo di far rimbombare. 

Poiché laddove ognuna delle storie eroiche con cui dialoghiamo diventa una parte di noi, costringiamo le eroine a subire il nostro stesso destino: le de-umanizziamo. Nell’impeto di trasformare loro in miti, e di raggiungerle da pari, dimentichiamo che siamo tutte semplicemente delle persone. E nel nostro essere umane, anziché divine, ci sembra di infrangere una promessa fatta alla versione dodicenne di noi stesse; ma essere una persona non è tradire i sogni dell’infanzia: è esprimere al massimo il nostro potenziale.

Perché, come ricorda Bulgherini, questa è una storia che scriviamo tutte insieme. L’hanno scritta Alfonsina e sua madre, durante un mese a Parigi, l’hanno scritta l’artista bambina e l’artista adulta, sul palcoscenico, e l’hanno scritta tutte le eroine che sono state delle persone prima di diventare personificazioni. Personificazioni di Tenacia, Successo o Coraggio, che hanno tracciato i sentieri che ripercorriamo oggi con la speranza di riuscire a superare le loro pietre miliari, anche solo di un passo.

Ilenia Cugis

di Marta Bulgherini
con Marta Bulgherini e Diego Frisina
musiche originali di Enrico Morsillo
sound design di Antonio Romano
voice over di Sara Labidi e Camilla Tagliaferri

una produzione Tieffe Teatro / Generazione P

Con il sostegno della residenza artistica “Il filo immaginario” di Gommalacca Teatro

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