L’ipermercato come affresco del mondo
In scena fino a domenica 8 marzo, al Teatro Gobetti di Torino, Guarda le luci, amore mio, di Annie Ernaux, per la regia di Michela Cescon. Inserita nella stagione Esseri umani del Teatro Stabile di Torino, la pièce propone di indagare proprio la dimensione dell’umano attraverso quello che potremmo definire il non-luogo per eccellenza: il supermercato.
Lo spettacolo di Cescon nasce dall’omonimo libro della scrittrice francese Annie Ernaux, Premio Nobel per la letteratura 2022. Il testo, costruito in forma di diario, si colloca nel territorio dell’autofiction, ma l’operazione compiuta dall’autrice va ben oltre il semplice racconto autobiografico: Ernaux utilizza, infatti, la propria esperienza come lente attraverso cui osservare e restituire frammenti di umanità.
Commissionato nel 2012 dalla casa editrice Éditions du Seuil per la collana Raconter la vie, il libro racconta un anno di osservazioni raccolte dall’autrice all’interno dell’ipermercato Auchan di Cergy. È qui, nel cuore del Centre Commercial Les Trois-Fontaines, uno dei più grandi della Val-d’Oise, che Ernaux registra gesti, presenze e microstorie quotidiane, componendo un mosaico di vite osservate, senza giudizio.
“In nessun altro spazio, pubblico o privato che sia, agiscono e convivono individui tanto differenti, per età, reddito, cultura, origine geografica ed etnica, stile di abbigliamento. […] E nella maggior parte dei casi senza rivolgere la parola a nessuno.”
Prima di addentrarci tra le corsie dell’Auchan di Cercy, è utile tenere a mente la definizione di “cosa” del pragmatista Charles Peirce, ovvero tutto ciò di cui si può parlare e pensare. Ciò significa che l’essere umano ha la possibilità di plasmare il significato delle cose a seconda delle proprie necessità. È un chiaro rapporto di potere privo di giudizio: io decido che un oggetto abbia un certo utilizzo e l’oggetto obbedisce passivamente alla mia richiesta, perché incapace di pensare. In altre parole, si stabilisce un accordo tra consumatore e oggetto del consumo, tale per cui quest’ultimo riesce a soddisfare le necessità del consumatore. Il sociologo Zygmunt Bauman, autore di Consumo, dunque sono, già del 2012, suggerisce di ritornare alla nostra umanità, di ricordarci come ottenevamo soddisfazione prima dell’avvento del consumismo; altrimenti lo scenario è quello che stiamo vivendo oggi. Uno scenario preannunciato da Harald Welzer con Climate Wars (2012), all’interno del quale si ragiona sul fatto che il cittadino del ventunesimo secolo, a differenza dei cittadini del ventesimo secolo, sarà ucciso non per motivi ideologici, ma per il fatto che qualcun altro, da qualche altra parte, desidererà delle cose e vorrà possederle. In altre parole, appunto, saranno guerre dovute alla ridistribuzione.

Tenendo presente le parole di Bauman circa il ripristino della nostra umanità, diventa significativo l’inizio dello spettacolo di Cescon: un telo posto al centro del palco, metà nero e metà bianco. Su quest’ultimo, in alto, una luce calda come un sole. Mentre, in sottofondo, sentiamo un canto di uccellini. Sembrerebbe quasi che prima del racconto dell’ipermercato, si volesse ricordare lo stato di purezza e di armonia, in cui l’umanità viveva prima della disobbedienza, il Giardino dell’Eden. Successivamente, entrano in scena le “operaie della memoria” – come le definisce Cescon – ovvero Valeria Solarino e Silvia Gallerano, che in un perfetto duetto tra passato e presente, interpretano l’Annie che scrive il diario e l’Annie che ha vissuto l’ipermercato.
La cavalcata tra le corsie inizia con i giocattoli, rigorosamente divisi tra bambini e bambine: da una parte le armi della Seconda guerra mondiale, i supereroi e le macchine, dai colori accesi e brillanti; dall’altra, colori tenui e «tutti i prodotti offerti alla mamma, soltanto in versione mini». Seguono il reparto libreria, con i libri ordinati per classifica come nelle corse di cavalli, e il discount situato accanto ai prodotti per animali, così che, se non si è in possesso di amici a quattro zampe, se ne ignori l’esistenza. La bilancia del self discount presenta una scritta che avvisa la clientela che i sacchetti saranno oggetto di controlli a campione: «L’avvertimento è riservato alla popolazione considerata più pericolosa, dal momento che non compare sopra le bilance del reparto frutta e verdura nella parte “normale” del supermercato».
Non si affrontano solo le corsie, ma anche i comportamenti delle persone che abitano il supermercato, come la nonna che spiega alla nipotina che non si può avere tutto, ma poi cede ai suoi capricci perché «ama essere amata da lei».
Non mancano nemmeno gli episodi di morti sul lavoro: in particolare l’incendio del 28 novembre nella fabbrica Tazreen, in Bangladesh, che produceva capi di fast fashion per note marche occidentali e che costò la vita a 112 persone; oppure, sempre in Bangladesh, il crollo del 24 aprile di un palazzo di otto piani, al cui interno si trovavano diverse manifatture tessili.
In un passaggio Annie si chiede perché non si boicotti il sistema, perché ciò che ognuno di noi ha nel carrello debba collocarlo in una precisa categoria di persone. Poi, alla fine, confessa di provare una certa attrazione per l’ipermercato e che forse, da adulti, i bambini di oggi ne avranno nostalgia. Se così si conclude il romanzo, diversa è la lettura che ne dà Michela Cescon, richiamando proprio il titolo. Se infatti il titolo suggerisce un romanzo — e quindi uno spettacolo — d’amore tra due innamorati, in realtà è la citazione di una madre che dice alla propria figlia: «Guarda le luci, amore mio». Le luci sono quelle dell’ipermercato, le luci del consumismo, forse un altro tipo di amore. E allora, proprio per questo dialogo tra madre e figlia, e come eco del ricordo nostalgico evocato nel testo, lo spettacolo termina con Solarino e Gallerano che si prendono per mano, mentre una voce dolce e calda, come quella di una mamma, pronuncia una sola parola: «Annie?».
Significativa è, invece, la scelta di non rendere scenograficamente il supermercato, lasciandolo raccontare dalle parole e dai gesti – alle volte fin troppo mimici – di Valeria Solarino e Silvia Gallerio, aiutate dal sound designer Shari Delorian.
Federica Mangano
di Annie Ernaux
tratto dall’omonimo libro di Annie Ernaux
riduzione drammaturgica Lorenzo Flabbi, Michela Cescon
con Valeria Solarino, Silvia Gallerano
regia Michela Cescon
scene, luci e costumi Dario Gessati
sound designer Shari Delorian
produzione Teatro Stabile di Bolzano, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale in collaborazione con Teatro di Dioniso, Riccione Teatro, L’orma Editore