È andato in scena al Teatro Gobetti, Eretici, di e con Matthias Martelli. Insieme a lui, protagoniste, Laura Capretti, Flavia Chiacchella e Roberta Penta. Il racconto procede a ritmo serrato, si susseguono le storie di personaggi storici quali Giordano Bruno, Galileo Galilei, Caravaggio, Pasolini, Assange, streghe e papesse.
Gli Eretici popolano lo spazio scenico nel corpo e nei gesti, nella voce di Martelli, anche narratore, così come frati, streghe e professori abitano la persona di ciascuna delle tre talentuose cantanti prima citate.
Lo spettacolo puntuale e mai pretenzioso risulta coinvolgente, il pubblico è partecipe nella risata e negli applausi frequenti. Martelli, come di consueto, si dà generosamente allo spettacolo e agli spettatori. In questa dinamica di dialogo il pubblico risulta forse un po’ vorace, rapido e rumoroso nel rispondere alla scena, interrompendo molto spesso un racconto forse meritevole di più ascolto, sospensione ed intimità.
Martelli, nel suo essere giullare, restituisce con freschezza riflessioni profonde sul potere e sul corpo. Ad ogni eretico è associata una parte del corpo, quella che l’ha reso pericoloso e condannabile. La lingua, l’occhio, i piedi, il sesso, la punta delle dita, corpo punito perché usato coraggiosamente come mezzo in grado di svelare verità e divulgarle.
Come in altri suoi spettacoli – si pensi a Raffaello. Il figlio del vento – Martelli si serve della pittura, a mio avviso anche per costruire una memoria visiva nello spettatore che vada al di là delle parole, fornendogli uno strumento duraturo in grado di produrre un riverbero di quanto accaduto.
Tra tutte le immagini proposte, la più forte è probabilmente il dipinto di metà Seicento con cui Salvator Rosa rappresenta l’allegoria della Fortuna. In primo piano ricchezze e potere piovono su bestie affamate e indegne. Nascosto nell’ombra c’è un gufo, la voce, l’evidenza della scelta intrepida dell’eretico. Questa sopravvive al corpo mortale, nessuno la può recidere o bruciare.
Silvia Picerni