IL RACCONTO DELL’ISOLA SCONOSCIUTA – ZEROGRAMMI

Inefficace, mi pare, è il tentativo di definire qualcosa che negli intenti non vuole definirsi fino in fondo, che sceglie di mantenere delle zone d’ombra e che proprio negli aspetti più incerti e nebulosi esprime una visione artistica lucida e consapevole.

La percezione è che il linguaggio di Zerogrammi tracci su un vetro appannato dei tratti precisi, delle linee, delle forme che sembra scontornare con lo scalpello. Eppure, quando il vetro sta tornando limpido, lo offusca e si ricomincia daccapo. Strappi in una patina torbida, cuciti e poi squarciati di nuovo. E allora sbircio in quelle fenditure e scovo delle possibilità, delle proposte, delle domande. Laddove l’artista che dispensa risposte e rassicurazioni confeziona una verità allettante (spesso discutibile) e offre una sorgente cristallina in cui dissetarsi, Zerogrammi

ha accentuato la sete, mi ha costretta a cercare in ogni crepa e non so nemmeno se troverò un po’ d’acqua.

(note, sera del 16 novembre 2025).

L’esitazione di un gesto, una sospensione inattesa, una contraddizione: se le leggiamo come espressioni incompiute e abbozzate del linguaggio, se riconosciamo cioè nel tradimento dell’aspettativa una carenza, una restituzione parziale, dovremmo ripensare, forse, il senso e le funzioni della danza. La tensione di un muscolo, la frattura di un movimento, il suo scomporsi e ricomporsi, ci dicono qualcosa che va oltre i temi presentati: emerge il come di ciascun danzatore, che non si limita all’esecuzione del passo ma lo attraversa e lo ripropone con l’intimità dei propri slanci interiori.

foto: Stefano Mazzotta, Zerogrammi / Vituccia

Ci vengono concessi un tempo e uno spazio per immaginare (finalmente!) e per rielaborare criticamente una prospettiva che sulla scena è appena accennata, sussurrata. Gli artisti si disfano non soltanto della pretesa di fornire soluzioni ma anche del compito di narrare o rappresentare una vicenda compiuta e lineare: da Saramago traggono degli degli spunti che riformulano, ingarbugliano, scompongono, moltiplicano. 

La pluralità dei livelli in cui l’azione si organizza non è pensata semplicemente, come qualche volta accade, in funzione di quel teatro che vuole lo spettatore come artefice del “proprio” spettacolo, come fruitore che è attivo solo nella misura in cui decide cosa seguire tra il magma degli accadimenti presentati. Corpi e situazioni qui si intersecano in un gioco complesso, a tratti quasi una macchina organizzata al cronometro, in cui ogni strumento è necessario affinché l’organismo funzioni. Un’orchestra in cui l’assenza di uno altera l’armonia del tutto. Tecnicamente è notevole, ed è qualità fondamentale se si vuole evitare che un’urgenza artistica, come mi pare essere questa, si riduca a un impulso creativo caotico e puramente “emozionale”.

Il linguaggio della scena è puntuale, padroneggiato, e gli elementi scenografici sono strumenti concreti, materia su cui e da cui il corpo trova ora degli slanci ora degli impedimenti, struttura dentro e fuori la quale le membra si rattrappiscono, si distendono, si inciampano. Minuziosa è la cura dei codici dello spettacolo che, sebbene siano anzitutto funzionali al lavoro scenico degli artisti, non tralasciano un’attenzione alla “forma” e rivelano una tensione verso un’opera esteticamente compiuta. Quadri visivi suggestivi, dal sapore vagamente cinematografico, fotogrammi che alternano pose statuarie a corpi trepidanti, puntellano il lavoro di scelte stilistiche interessanti.

Presente ma non ingombrante è lo sguardo registico, che coordina senza sovrastare quanto fatto dagli artisti in scena, il cui linguaggio espressivo rimane la colonna portante del progetto (forte è la percezione di una creazione collettiva). Le mani, nella cui gestualità pulita e precisa si intravede la volontà di farne un necessario e prioritario veicolo comunicativo, svelano ciò che anche la più rigorosa impostazione registica non riuscirebbe a predefinire: contengono sempre qualcosa, che non è materia ma un’intuizione, un desiderio, un ripensamento. E la spinta interiore che smuove quella o quell’altra coloritura del gesto non può essere fissata o replicata.

foto: Stefano Mazzotta, Zerogrammi / Vituccia

Le direzioni e le possibilità che si dispiegano nel Racconto sono inesauribili, si moltiplicano e si trasformano, aprono varchi laddove un attimo prima sembrava essersi precisato un luogo o un tempo, sfuggendo a qualsiasi tentativo di definizione e collocazione. E qui torno a quanto scritto all’inizio di questo articolo. Capita di avvertire una sensazione di godimento, di sazietà, quando si ritiene di aver capito, di avere afferrato tutto quello che si poteva afferrare di un’opera. Un compiacimento, una postura (di certi artisti e di certi spettatori) che finisce, forse, per intorpidire e anestetizzare la riflessione. Quando in un lavoro teatrale (e non solo) “fila tutto”, quando non si scorge neanche una stonatura o una perplessità che sollecita il pensiero, se si raschia la superficie che cosa rimane?

A Casa Luft, dove i momenti risolutivi – qualora fossero presupposti – sono continuamente rimandati e resi opachi, è troncata in principio quella brama di capire e spiegare tutto. Zerogrammi propone una ricerca, il cui senso si dà proprio nell’indagine implacabile, che non vuole accompagnare verso una chiusura, uno scioglimento dei nodi, bensì predisporre una dimensione per accedere al dubbio.

Non resto ferma perché devo scoprire come abitarmi.

Chiara Ceresola

progetto, regia e coreografie Stefano Mazzotta

a partire dall’omonima fiaba di Josè Saramago

creato con e interpretato da Amina Amici, Damien Camunez, Martina Cinti, Pierandrea Rosato

scene Jacopo Valsania

costumi e oggetti di scena Stefano Mazzotta

disegno luci Tommaso Contu, Stefano Mazzotta

tecnico di compagnia Tommaso Contu

collaborazione alla drammaturgia Silvia Battaglio

cura della produzione Valentina Tibaldi

segreteria di produzione Maria Elisa Carzedda

produzione Zerogrammi

residenze di creazione INTERCONNESSIONI / Tersicorea, Cantieri Teatrali Koreja, CASA LUFT

con il sostegno di Regione Piemonte, Ministero della Cultura

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