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NOVECENTO – GABRIELE VACIS

Il 16 dicembre la compagnia teatrale PoEM, diretta e con Gabriele Vacis, ha portato in scena al Teatro Gobetti Novecento di Alessandro Baricco.

L’atmosfera si rivela particolare fin dall’ingresso in sala. Gli interpreti e Vacis sono già sul palco, seduti, a parlare tra di loro con le luci ancora accese. Ogni tanto incrociano lo sguardo del pubblico, come se l’incontro fosse già iniziato, come se non ci fosse una vera linea di separazione tra chi guarda e chi sta per raccontare. Si ha subito la sensazione di essere chiamati a condividere qualcosa, più che ad assistere.

Quando lo spettacolo prende forma, i cinque attori della compagnia — Pietro Maccabei, Enrica Rebaudo, Letizia Russo, Lorenzo Tombesi e Gabriele Valchera — si siedono su cinque sgabelli con il libro alla mano, mentre Vacis occupa una poltrona accanto a loro. Prima di entrare nel testo, quest’ultimo racconta la genesi dell’opera, soffermandosi sull’Europa di inizio Novecento come centro culturale verso cui guardavano gli americani. Cita un aneddoto su Hemingway e Fitzgerald, che frequentavano lo stesso locale di Joyce senza trovare il coraggio di avvicinarlo. Novecento nasce proprio dallo spostamento, dall’attraversamento continuo, dall’idea di un mondo che si costruisce nel viaggio.

Il monologo fu scritto da Alessandro Baricco per Eugenio Allegri (scomparso tre anni fa), che viene ricordato fin dall’inizio. Lorenzo Tombesi, infatti, chiede chi, tra il pubblico, abbia visto Novecento interpretato da lui. È una domanda che mi ha portato ad alzare la mano, tornando a un pomeriggio di tanti anni fa, e che apre in ognuno di noi una memoria condivisa, rendendo chiaro che Allegri non è solo un riferimento, ma una presenza che aleggia sulla scena.

Da qui prende avvio la lettura corale. I cinque attori si alternano nel dare voce a Tim Tooney, il trombettista che racconta la storia di Danny Boodmann T. D. Lemon Novecento: un bambino trovato su un transatlantico, cresciuto senza mai scendere a terra, che scopre il pianoforte e fa della nave il proprio universo. La dimensione è chiarissima: il Virginian come mondo chiuso e protetto, e il pianoforte come unico linguaggio infinito possibile.

Alcuni momenti restano impressi con particolare forza. Tra questi, la burrasca: le luci si spengono, le parole volano e il mare prende forma. E si riconosce la voce di Eugenio Allegri: «tutt’intorno / schiuma e strazio / pazzo il mare». In quel momento ho avuto la sensazione netta che il tempo si piegasse, era come se Allegri fosse lì, a danzare ancora sul ponte del Virginian.

Più avanti, piccoli pianoforti calano dall’alto per raccontare la sfida con Jelly Roll Morton. Qui il tono cambia: l’arroganza del musicista che si proclama inventore del jazz si scontra con l’imprevedibilità di Novecento, che prima lo disarma con leggerezza, poi, quando decide di esporsi, suona con una potenza tale da rendere il pianoforte quasi incandescente, fino al gesto finale della sigaretta accesa sulle corde. 

Si arriva così al momento decisivo: la possibilità di scendere dal Virginian. Il desiderio di guardare il mare dalla terra, e l’impossibilità di farlo davvero. Tim scende, Novecento resta. Il sipario si richiude, e i due mondi si separano definitivamente.

Sul palco rimangono Gabriele Vacis e Pietro Maccabei. Entrambi sottolineano che Tim è sceso da quella nave per raccontare una storia — quella buona storia senza cui si è perduti — e, a loro volta, raccontano la propria. Maccabei spiega cosa sia Novecento per lui: amicizia. Racconta la perdita di un amico, morto per un colpo partito per errore. Questo racconto trova accoglienza in Vacis, che aveva perso un amico per sempre anche lui, Novecento. «Lo spettacolo è dedicato ai nostri amici», dice. A Eugenio Allegri.

Ci si aspetterebbe che sia Maccabei a pronunciare l’ultima parte del monologo di Novecento. Invece è Vacis a chiudere il cerchio. Lo fa con una misura che lascia brividi, a cui non si può sfuggire, e proprio per questo attraversa la platea con una forza emotiva evidente. È un momento di condivisione e commozione autentica per tutti gli spettatori, che si avverte fisicamente.

La storia di Novecento è una storia di fragilità e paura umana, e chiede empatia fin dal primo istante. lo questa empatia l’ho sentita perfettamente nei cinque ragazzi di PoEM e nel loro regista, che mi hanno restituito una lettura intensa, sincera, capace di rinnovare un testo che pensavo di conoscere a memoria.

Sono molto legata a Novecento: è uno dei primi testi che mi ha avvicinata ad Alessandro Baricco. Ricordo la prima lettura e la sensazione di essere stata trasportata sul Virginian con una naturalezza quasi incredibile. La scrittura mi era sembrata magia. Al Teatro Gobetti ho provato qualcosa di molto simile. Questa volta, però, non ero sola: c’era Tim Tooney che mi raccontava la storia del più grande pianista mai esistito sulla terra, o meglio, sull’oceano. E a battere le mani insieme a tutti noi, seduto da qualche parte, c’era anche Novecento. Ne sono certa.

Non saprei dire quale emozione abbia prevalso, perché sono state troppe. E proprio nel momento in cui ho smesso di cercare un nome per ciò che stavo provando perché non lo sapevo, ho capito: quello a cui stavo assistendo non era solo teatro. Era jazz.

Emanuela Cerino

di Alessandro Baricco
con (in o.a) Pietro Maccabei, Enrica Rebaudo, Letizia Russo, Lorenzo Tombesi, Gabriele Valchera
e con Gabriele Vacis
regia Gabriele Vacis
scenofania e ambienti Roberto Tarasco
suono Riccardo Di Gianni
Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale 
in collaborazione con PoEM Impresa Sociale | Potenziali Evocati Multimediali 
Si ringrazia per la realizzazione degli elementi scenici OFFICINE MORELLO

RISVEGLIO DI PRIMAVERA

Nella Sala Piccola delle Fonderie Limone è andata in scena, dopo 18 repliche, l’ultima rappresentazione di “Risveglio di Primavera” di Frank Wedekind tradotto e riadattato da Gabriele Vacis e alcuni dei giovani attori (Davide Pascarella, Enrica Rebaudo, Gabriele Mattè, Erica Nava) che insieme agli altri interpreti sono i neodiplomati della scuola del Teatro Stabile di Torino.

UN SISTEMA DI MUTAZIONE COMPLESSO

Una classe. 

La maturità appena vissuta, o ancora da vivere, nell’aria. 

Il ricordo di un anno che, come nel testo di Wedekind, ci tende la mano come amico fidato, mano putrefatta, ma che abbiamo imparato a conoscere, immateriale, che ci appare tanto reale quanto familiare, che ci vorrebbe privi di corpo a planare nelle case, “perchè questa è la vera vita” dice Moritz morto suicida all’amico Melchior che vorrebbe seguire il suo esempio. “Vieni con me e potremmo essere in ogni luogo” entrare nelle case – e vien da pensare: magari attraverso i cavi invisibili della rete –  quanto ci è familiare tutto questo. 

ph Andrea Macchia

Ma lo spettro di quest’ultimo anno che aleggia su tutti noi, spettatori e attori, viene allontanato dall’irrompere di una figura femminile che nel testo di Wedekind viene indicato come L’Uomo Mascherato, a cui l’autore dedica la stessa opera, e c’è da chiedersi chi sia questo misterioso personaggio. Moritz se lo chiede e glielo chiede invano. In Note a un commento di Lacan su “Risveglio di primavera” di Frank Wedekind riportate da Roberto Cavasola su journal-psychoanalysis.eu si legge:

Che cosa dice l’Uomo mascherato a Melchior? “Hai fame, vieni a mangiare, hai freddo, vieni a riscaldarti”. In una parola lo invita a occuparsi del proprio corpo, gli ricorda che il suo corpo è un corpo vivo, e lo allontana dallo spettro di Moritz che cerca di portare il suo vecchio amico tra i morti.

Nello spettacolo messo in scena da Gabriele Vacis L’Uomo Mascherato è rappresentato da una figura femminile che appare dopo essersi tolta la camicetta, si “disvela”, che sia la verità? che sia la bellezza? che ci strappa alla notte buia di una vita senza corpo e ci ri-porta alla luce, in un nuovo “venire al mondo”?

Un nuovo “venire al mondo” come quello che vivono i personaggi raccontati da Wedekind, che fanno i conti con il periodo più critico della vita: l’adolescenza. Come quello che provano i giovani attori in scena, alla loro ultima rappresentazione dopo un percorso durato 3 anni. Entrambi sull’urlo di un baratro, e allora che fare? 

Ph Andrea Macchia

Forse ri-pensare il corpo, come vorrebbe la fenomenologia, in quanto espressione dell’essere-nel-mondo, considerare i corpi come necessità di ogni individuo di disegnare il proprio progetto esistenziale. Semplice no?!? Anche se c’è da perderci la testa!

La quarta parete è spesso abbattuta. Il gioco del teatro, mai celato, in alcuni momenti è persino dichiarato. Si assiste a una simmetria perfetta, in equilibrio precario sulla soglia tra il dentro e il fuori: dell’essere esistente di cui il corpo è soglia; tra il dentro e il fuori della realtà e della verità di cui il teatro è soglia. Corpi vivi tra corpi vivi nello spazio del teatro che è il limen tra la vita e la morte.

Andrea Macchia

Il limen – dice Anna Maria Staubermann riprendendo Andrea Gentile in “Filosofia del limite” – è come un lungo corridoio o un tunnel che rappresenta il passaggio della nostra soggettività verso un nuovo orizzonte: il limen è una fase o uno stato soggettivo di transizione, passaggio, trasformazione che si configura e si caratterizza nella sua dinamicità.

E’ senza dubbio uno spettacolo sul limine quello a cui assistiamo ed è per questo che si rivela al contempo meta-teatrale. Non per la dichiarazione di esserlo, ma semplicemente perché lo “è”. 

In un tripudio di vita, i corpi sudano, saltano, muovono l’aria e scompigliano i capelli di chi è seduto in prima fila. Sciame pieno di un’energia incontenibile tanto da oltrepassare le vetrate delle pareti di fondo e strabordare con tale irruenza fuori, nel cortile del teatro. Ma questa irriverente, incontenibile, energia è in realtà un illusione. Sono ben netti infatti gli argini contenitivi a cominciare dalle file di sedie ai lati dello spazio scenico, per non parlare delle fisse postazioni “microfonate”; le stesse vetrate in fondo, una volta rientrati, vengono chiuse e serrate definitivamente; la linea tracciata per terra che separa gli attori dagli spettatori non viene mai superata, se non con la punta del piede scalzo di qualche attore che, con l’audacia propria dell’adolescenza, cerca nella trasgressione la definizione di una propria e nuova identità.

Ph Andrea Macchia

Così ad ogni personaggio di Wedekind, afflitto dalle proprie turbe adolescenziali, viene restituita l’integrità della sua anima attraverso i diversi corpi, dei diversi attori, che si alternano nell’interpretarlo. E le 21 anime degli attori riescono ad emergere, distinte, dall’integrità di un unico corpo scenico, organico, che emerge possente da questo spettacolo corale. Un’unica anima (quella del personaggio) che vive in tanti corpi, tante anime (quelle degli attori) che vivono in un unico corpo scenico. 

Il respiro di questo unico corpo è la musica di queste 21 voci che, a volte accompagnate da singoli strumenti (un pianoforte, una chitarra, un flauto, un sassofono), a volte vibrando all’unisono o a canone con le sole corde vocali, scelgono brani noti e moderni che, più che da tappeto musicale alla scena, fanno da ponte tra un testo della fine dell’ottocento e l’oggi, dove paure e frustrazioni, speranze e aspettative di un allora che ci sembra così lontano non sono in realtà mai state così attuali e a cui i giovani attori dello Stabile restituiscono una genuina sincerità che gli appartiene.

Ph Guido Mencari

E’ nel contenimento di tale irruenza che si vede la mano pedagogica di Vacis, così che lo spettacolo possa essere non il rischio di un’avventata conclusione ma l’iniziazione di un rituale di passaggio. 

Ed io spettatore, tornato spudoratamente con il mio corpo nel-essere-nel-mondo, assito complice e argine a mia volta, necessario testimone di un rito iniziatico che ci fa “essere” e con Melchior ci fa dire “Addio Moritz” non è ancora il momento di abbracciarci. Quel salto nel baratro di un ignoto futuro è d’obbligo, sapendo che non è la fine ma un nuovo inizio.

da Frank Wedekind

traduzione e adattamento di Gabriele Vacis, Davide Pascarella, Enrica Rebaudo, Gabriele Matté, Erica Nava e della classe della Scuola per attori del teatro Stabile di torino 

con gli attori neodiplomati della Scuola del teatro Stabile di torino: Davide Antenucci, Andrea Caiazzo, Lucia Corna, Chiara dello Iacovo, Lucrezia Forni, Sara Lughi, Pietro Maccabei, Lucia Raffaella Mariani, Gabriele Matté, Eva Meskhi, Erica Nava, Cristina Parku, Davide Pascarella, Enrica Rebaudo, Edoardo Roti, Kyara Russo, Letizia Russo, Daniel Santantonio, Lorenzo Tombesi, Gabriele Valchera, Giacomo Zandonà

regia Gabriele Vacis

suono Riccardo di Gianni – assistente regia Glen Blackhall

Nina Margeri

Cuore/Tenebra: racconto di una tirocinante.

Ho avuto la fortuna di svolgere il tirocinio presso il Teatro Stabile di Torino, seguendo come assistente allestimento la prima fase della creazione dello spettacolo Cuore/Tenebra: migrazioni da de Amicis a Conrad, in cartellone al Teatro Carignano dal 22 maggio al 10 giugno, con la regia di Gabriele Vacis e l’allestimento (o meglio, la scenofonia) di Roberto Tarasco.

Con questo articolo voglio condividere con i lettori del blog la mia esperienza in un mondo teatrale che non conoscevo e che ho trovato estremamente interessante e coinvolgente.

Da subito mi è stato chiaro che non si trattava solo della produzione di uno spettacolo nel senso stretto del termine, ma che questo sarebbe stato il risultato finale di un progetto più ampio.

Cuore/Tenebra infatti è il primo esito spettacolare dell’Istituto di Pratiche Teatrali per la Cura della Persona, un progetto ideato da Gabriele Vacis, Roberto Tarasco e Barbara Bonriposi, sostenuto dal Teatro Stabile di Torino, la Regione Piemonte e la Compagnia di San Paolo.

Per comprendere l’esperienza dello spettacolo è indispensabile fare un excursus sul progetto da cui nasce.

L’Istituto di Pratiche Teatrali per la Cura della Persona propone un teatro sociale, basato sull’inclusione, dedicandosi alle tecniche che il teatro può offrire all’individuo, a prescindere dallo spettacolo e facendole confluire nella pratica della Schiera e nel teatro di narrazione.

La base per la cosiddetta salute personale è la consapevolezza.

In un mondo dove l’attività principale è il fare, non siamo più abituati a soffermarci ad ascoltare noi e le persone che abbiamo accanto, non siamo più in grado di prestare attenzione allo spazio in cui ci troviamo e alle relazioni che in questo spazio stabiliamo.

La parola chiave è Attenzione, e la pratica con la quale viene allenata prende il nome di Schiera, o Stormo.

Ispirandosi al volo degli uccelli, la pratica della schiera (apparentemente ma ingannevolmente facile), chiama in causa corpo, movimento e voce. Si tratta di ascoltare ciò che accade e farne costantemente parte, con la consapevolezza che chiunque può modificarlo in qualsiasi momento; di trovare un respiro comune, in cui si è parte di un coro, ma si è anche persona singola, si è parte di un gruppo ma si è anche protagonisti, consapevoli del fatto che le dinamiche e le relazioni cambiano costantemente.

Accanto all’allenamento dell’attenzione, la narrazione.

Ognuno di noi ha la sua storia, o meglio, le sue storie da raccontare e il palcoscenico si offre come il luogo dove farsi ascoltare. Un teatro per dare voce ai racconti.

A questo proposito l’Istituto porta avanti diverse attività tra le quali i colloqui con i migranti e i laboratori nelle scuole.

Mi ricollego ora con il progetto specifico Cuore/Tenebra, con il quale ho collaborato.

Lo spettacolo vede la partecipazione, oltre ad attori a tutti gli effetti, di un paziente del centro di salute mentale di Settimo Torinese, un ragazzo immigrato e sei scuole superiori di Torino e provincia.

Il punto di partenza sono i due famosi romanzi: il libro Cuore di Edmondo de Amicis e Cuore di Tenebra di Conrad.

Cuore, uscito nel 1886 è da subito uno dei libri in assoluto più venduti, nel tempo elogiato o criticato, ma che non lascia di certo indifferenti. Forte la sua matrice pedagogica nel voler formare gli Italiani come popolo unito. Enrico, un ragazzino torinese delle scuole elementari, grazie al suo diario ci racconta l’Italia e le sue storie di ricchezza, povertà, amicizia ed immigrazione (dal sud al nord Italia).

Cuore di Tenebra, del 1899, è un libro di ben diverso spessore e complessità. Narra di un viaggio nell’Africa nera, raccontando le barbarie e le razzie compiute dalle potenze occidentali sul continente africano.

Lo stesso periodo storico raccontato dai due punti di vista: storie di colonialismo e immigrazione.

Sono queste storie che Gabriele Vacis vuole portare sul palcoscenico del Carignano, mescolate con i racconti dei ragazzi delle scuole superiori e le loro esperienze di vita. Il progetto infatti si sviluppa su due fronti: la creazione con gli attori e i laboratori nelle scuole.

Durante il mio periodo di tirocinio ho avuto modo di seguire entrambi i fronti, ma in particolar modo vorrei descrivere il lavoro svolto nelle scuole, poiché è questa esperienza a rendere cosi diversa la proposta di Gabriele Vacis e Roberto Tarasco.

Il principio fondamentale è che ai ragazzi non viene detto cosa devono fare e quando devono farlo, ma vengono allenati alla consapevolezza e al racconto. Da un lato praticando la schiera e ascoltando i testi (presi da Cuore e Cuore di Tenebra) che gli attori raccontano loro, dall’altro gli viene chiesto di ricordare ed elaborare delle esperienze personali a partire da spunti di riflessione nati da temi presenti nei libri, con lo scopo di creare un filo di collegamento tra i racconti di Enrico nel suo diario e la loro quotidianità scolastica: “Ricordi una volta che hai avuto davvero paura?”, “Quando ti sei sentito parte di un “noi”?”, “C’è stato un momento in cui ti sei sentito al sicuro?”.

Ogni classe si approccia in modo diverso, e in ogni classe ci sono ragazzini e ragazzine di ogni tipo: il bulletto che si rifiuta di fare le cose, il timido, quello a cui piace stare al centro dell’attenzione, il ragazzino veramente interessato a quello che si sta facendo.

All’inizio del percorso laboratoriale le differenze erano molto evidenti. Una cosa che mi ha colpito molto è stato vedere come man mano che il lavoro avanzava, i ragazzi hanno iniziato a capire l’importanza e soprattutto la bellezza di quello che stava accadendo, lasciando piano piano cadere le resistenze, trovando cosi il piacere di fare parte di questo progetto comunitario.

Di sicuro non è questo quello che si aspettavano quando gli è stato detto che avrebbero fatto parte di un progetto teatrale.                                     Più di qualcuno nelle video interviste o nel loro Diario ha scritto “ci aspettavamo di dover interpretare qualche personaggio, e invece passiamo il tempo a camminare”.

E difatti è cosi: non c’è nessun personaggio da recitare, c’è da portare sul palcoscenico se stessi. E per portare sul palcoscenico se stessi bisogna imparare ad essere presenti, nel qui e ora, in relazione a ciò che accade e alla presenza dei compagni.

Lo stesso tipo di allenamento viene chiesto agli attori, in prova alle Fonderie Limone. Ad ogni attore sono assegnati dei racconti, ma oltre a questo, non esiste una drammaturgia precisa di ciò che deve accadere in scena. Esiste solo la verità del presente di ognuno, e sono queste verità che vanno a costruire lo spettacolo.

Concludo così, augurando una buona visione a tutti coloro che saranno prossimamente tra il pubblico del Carignano.

Lara Barzon