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FDCT23 – Birdie

Melilla. Cittadina spagnola autonoma dal 1995 in territorio Africano, sulla costa orientale del Marocco. Cristiani spagnoli, musulmani, ebrei convivono senza scontri. Come amano passare il tempo libero gli abitanti? Praticando sport all’aperto. Fin qui tutto normale. La sua peculiarità? Una recinzione metallica molto alta che circonda la città, costruita per bloccare l’ingresso dei migranti che tentano di entrare. Ora non già poi così tanto normale. Piccolo paradiso elitario in cui non si è tutti uguali, dove un dio di pelle chiara ha deciso di tenere fuori dai confini di Schengen i cosiddetti Mori.

Stanno arrivando, stanno arrivando!

La compagnia catalana Agrupacion Senor Serrano mette in scena per il Festival Delle Colline Torinesi Birdie. Spettacolo non banale o comune sul tema dell’ immigrazione. Gli immigrati sono paragonati agli uccelli del film omonimo di Alfred Hitchcock: come essi fanno paura e stanno arrivando! Una Voice Over  fa da narratore, dividendo lo spettacolo in quattro atti e raccontando una tipica giornata di Melilla, una giornata come tutte le altre, e come al solito piena di contraddizioni. Quattro attori, due che usano una videocamera e una tavoletta elettronica da disegno, uno che li supporta al computer occupandosi degli spezzoni del film, della voce narrante e della proiezione della videocamera, la quarta attrice seduta immobile fino alla fine dello spettacolo, simboleggiando un migrante che sta seduto ore sulla recinzione e quando si sente pronto si desta e vola come un uccello. La videocamera filtra cartoline della città di Melilla, un campo da golf in miniatura e i veri protagonisti dello spettacolo, modellini di animali di ogni specie.

Gli uccelli ci vogliono ammazzare, mamma!

Basterebbe questa frase per descrivere lo spettacolo e quello che sta accadendo nella nostra società. Se negli anni novanta si è cominciato a chiudere le città, ad innalzare una barriera, non memori dell’altra barriera caduta pochi anni prima a Berlino, ora non si sono fatti passi avanti. Se da una parte la sensibilità, l’attenzione verso gli immigrati è aumentata anche in positivo, si cerca di aiutarli, dall’altra le persone li odiano sempre di più e ne hanno paura, un memento di questo i nuovi muri e i porti chiusi.

Non finiranno più queste migrazioni?

C’è una forte sensazione che le persone stiano diventando sempre di più individualiste, trincerate dietro a scuse banali e spesso false. Un misto di egoismo e disprezzo del prossimo che chiede solo aiuto. Probabilmente non si ci accorge sbadatamente, o non si piò capire che questa gentaglia che viene dal mare e non solo, ha sofferto l’inimmaginabile. Vedono al nostra terra come un paradiso, e sentendoci padroni di questo paradiso ne chiudiamo i cancelli, innalziamo barriere. Lo sbaglio razzista, oltre che nel diniego di un aiuto, sta nel non capire una possibilità di un arricchimento culturale oltre che demografico.

Inoltre, lo spettacolo ci vuole mostrare che siamo tutti uguali, un popolo migratore come gli uccelli. Dall’alba dei tempi fino ad oggi, animali e uomini hanno viaggiato per trovare un posto dove poter vivere bene, secondo i propri fabbisogni e piaceri. Un movimento continuo, di città in città per lavoro, sport, vacanze etc.

La voce narrante ci dice che a Melilla vive un fotografo e come ogni mattina va in città a fare fotografie. Fotografa un campo da golf in cui due persone stanno giocando, sullo sfondo la recinzione con uomini a cavalcioni, dei migranti e poco più in là un poliziotto. Una foto all’apparenza normale,  può avere diversi piani di lettura, se osservata correttamente. I punti di vista dei personaggi formano la sezione aurea dell’immagine, mostrandone la sua perfezione. La voce narrante inoltre ci dice cosa pensano le persone in quest’immagine, creando dei divertenti e curiosi soliloqui.

Giochi di luce colorata e fumo ci immergono in un mondo altro, un’atmosfera da creazione del mondo, poi avvallata da video di una pallina da golf che muovendosi velocemente si scuote  producendo vita o prefigurazione dello sballottamento degli esseri viventi nella loro migrazione eterna. Una lunga fila di modellini di animali, ripresi dalla videocamera, attraversano le diverse ere e stravolgimenti climatici, in cammino verso un futuro lontano che è il nostro presente: questa lunga migrazione terminerà con un mucchio di animali che si arrampica sulla barriera di Melilla. Quegli animali simboleggiano il viaggio dei migranti, il viaggio degli uomini. Un uccello dall’alto guarda cosa accade nella barriera e non capisce. Finalmente il migrante si desta e prende il volo.

Uno spettacolo molto riuscito, che ci presenta un tema molto caldo, in una luce tutta nuova, ma non per questo inefficace. Inoltre ci mostra l’insensatezza di avere paura e bloccare dei migranti, perché tutti noi siamo migranti. Hitchcock diceva  che gli uccelli del suo film non esistono ma sono solo proiezioni della paura di Melania Daniels. Come quegli uccelli sono innocui anche i migranti lo sono, ma qualche persona cala in loro paure e frustrazioni proprie derivate da altre situazioni. Capro espiatorio di una società sempre più globalizzata.

Al “prima gli italiani”, “american first”, ai nazionalismi, populismi  e tante altre forme di disinformazione raccapriccianti, dovremmo contrapporre il “prima la vita”, perché la vita e la terra sono di tutti e il diritto a stare in paradiso, se si può chiamare così, spetta anche ai popoli di altre nazionalità.

Emanuele Biganzoli

 

di Agrupación Señor Serrano
regia Agrupación Señor Serrano

ideazione Àlex Serrano, Pau Palacios e Ferran Dordal
performance Ferran Dordal, Vicenç Viaplana e David Muñiz
voce Simone Milsdochter
project manager Barbara Bloin
light design e programmazione video Alberto Barberá
colonna sonora Roger Costa Vendrell
creazioni video Vicenç Viaplana
modellini Saray Ledesma e Nuria Manzano
costumi Nuria Manzano
assistente di produzione Marta Baran
consulente scientifico Irene Lapuente / La Mandarina de Newton
consulente progettuale Víctor Molina
consulente legale Cristina Soler
management Art Republic
distribuzione in Italia Ilaria Mancia

in collaborazione con Piemonte dal Vivo

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FDCT23 La buona educazione

Che cosa accade quando un’anima solitaria, così solitaria da fare della solitudine la propria identità, si scontra con l’anima di un bambino di tredici anni appena rimasto orfano di madre? Cosa accade quando una solitudine così fiera e accanita viene forzata ad avere compagnia? Accade che comincia un viaggio, un viaggio scomodo, una viaggio stretto, spigoloso, accidentato, pericoloso. Un viaggio che vede protagonisti due compagni d’avventura che non parlano la stessa lingua, non si comprendono, non si assecondano, non hanno come fine un obiettivo comune. Un’anticipazione sul finale? Non andrà bene.

In una salotto che ha per tappeto persiano uno strato di terriccio e per mobilio una schiera di vigili e squadrati manichini, accasciata su un divano a dir poco demodé, racconta la sua storia – terribile – di figlia, sorella e zia, una donna che vive sola, vestita come la più classica delle rappresentazioni della categoria femminile comunemente nota come”zitella”.
Con il naso e gli occhi rossi di pianto, racconta dell’orribile visita notturna ricevuta poco prima: la madre e il padre, defunti e fantasmi, portano con la loro apparizione una notizia che sconvolgerà le sorti di quest’anima solitaria e risoluta. La mattina seguente, questa notizia si concretizza in una fredda telefonata che la informa della morte di sua sorella. Ma, per quanto doloroso possa essere la perdita di una persona cara, non è questa la novità che la metterà a dura prova: in ospedale, rimasto al capezzale della sorella deceduta, c’è suo nipote, l’ultimo erede della famiglia, un giovane uomo rimasto orfano e bisognoso adesso delle cure di sua zia, in attesa di sapere a chi verrà affidato in via definitiva. La donna, priva di alternative, porta il ragazzo a casa sua, gli cede la sua stanza, e si prepara a questa convivenza forzata. Una convivenza che passerà attraverso diverse fasi, prima tra tutte, la ricerca di un modo per comunicare. Un qualcosa che può apparire semplice a un primo sguardo ma che si rivela invece estremamente complesso. Zia e nipote infatti non parlano la stessa lingua: quando lei dice qualcosa, qualsiasi cosa, lui strabuzza gli occhi, la trapassa, non comprende quel che dice. Chiuso in un mondo fatto di videogiochi e verbi all’infinito, quasi come fosse una creatura primitiva proveniente dal futuro, il giovane uomo mostra interessi completamente differenti rispetto a quelli della zia. Ed è in questo momento di massima incomunicabilità che lei capisce di non dover mollare: proprio quando la situazione con il nipote diventa quasi insostenibile, sente gravare sulle sue spalle tutto il peso di quella giovane creatura che le è stata affidata. Lei non solo dovrà trovare un modo efficace per comunicare con lui, ma dovrà curarlo, indirizzarlo, educarlo. La felicità del suo tesoro, adesso, è sua responsabilità. Come se il vero tesoro fosse custodito proprio nel futuro di quel giovane, come se la felicità del ragazzo potesse diventare la sua stessa felicità.
Investita di una missione che non può fallire, la zia ci prova, ci prova con tutta se stessa: si interessa ai suoi piani, chiede al ragazzo quali sono i suoi sogni (così poveri per appartenere a quelli di un ragazzino che si affaccia alla vita), lo indirizza verso il liceo classico – per farlo formare come uomo, e non come re dei molari – , interviene a favore di un’insegnate di italiano, raccogliendo su di sé le ire dei genitori esperti utenti di facebook e whatsapp. Asseconda il giovane innamorato – di una lampada – e lo porta a vedere la Juventus, ma non prima di avergli fatto assaggiare la parmigiana (surgelata, del supermercato, ma pur sempre parmigiana). Si imbattono entrambi in un disperato tentativo di sperimentare la conoscenza di uno sconosciuto di nome Silenzio, e se pur staccare la corrente dell’intero appartamento per gioire di un silenzio di fine ottocento non si rivelerà un’idea vincente, andrebbe sicuramente premiata per l’audacia dimostrata.
Il tutto prende vita all’interno di una curatissima scenografia (opera di Stella Monesi) che fa vivere un salotto ora sogno ora incubo; un’ambiente così cupo e tagliente – di forme e di luce – da far rimanere ipnotizzati. I manichini di ferraglia sistemati sulla sfondo come una squadra pronta all’attacco vigilano silenziosi per tutta la durata della storia. 

Un mondo invaso da persone che pensano di sapere tutto, che enunciano senza freni la propria opinione protetti dallo schermo luminoso di un portatile o uno smartphone, pronti a difendere a spada tratta i propri pargoli, a proteggerli dal mondo intero. Un mondo di sedicenti genitori che crescono i figli secondo le proprie regole, chiusi a qualsiasi possibilità di confronto, incapaci di qualsiasi possibilità di miglioramento per il semplice fatto che loro non ne hanno alcun bisogno. Un mondo dove gli insegnanti vengono pestati all’uscita dalla scuola o minacciati sul gruppo whatsapp. In un mondo come questo, vive una donna che non pretende certamente di sapere come si alleva un giovane essere umano. Una donna che ha paura. Paura di quel ragazzo, della responsabilità che sente esserle scesa sul capo a turbare la tranquillità di un’esistenza così ben costruita. Ha paura di non saper come fare, di non riuscire nel suo grande compito di affidataria temporanea. E ce lo dice così, senza vergogna, senza troppi giri di parole. Non ha bisogno di atteggiarsi a zia modello, di darsi un tono come se dovesse dimostrare di essere infallibile (qualche genitore potrebbe e dovrebbe prendere nota). Una donna che ammette i propri limiti, che cerca di migliorare se stessa prima di pretendere di migliorare la giovane vita che le è stata affidata. Una donna che si mette in gioco con una dedizione e una tenerezza che quei sedicenti genitori-educatori non potrebbero nemmeno permettersi di sognare. Questa donna ci permette di vedere le sue debolezze, e così noi lo avvertiamo tutto, questo peso. Ed è ora che cose scontate e semplici come il parlare o la scelta di cosa fare dopo le scuole medie ci sembrano così difficili da affrontare. Cose che si danno un po’ troppo per scontate, forse.
Perché la bellezza e la forza di questo spettacolo sta proprio nell’insegnarci che non basta parlare la stessa lingua o trovarsi a vivere nella stessa casa per riuscire a comunicare davvero. E chi lo avrebbe mai pensato? 

Sola in scena, e al contrario del suo personaggio comunicando in modo meraviglioso con il suo pubblico, è anche Serena Balivo, membro della Piccola Compagnia Dammacco, premio Ubu 2017. Attrice di una misurata eleganza, cura in modo quasi maniacale un personaggio denso e tortuoso, dalle movenze e dalla parlata grottesca e ironica, pungente come il testo rappresentato, La buona educazione, che debutta in prima nazionale per la regia di Mariano Dammacco in questa fortunata edizione del Festival delle Colline Torinesi.

Un’ultima osservazione. Corre un brivido lungo la schiena, una scossa elettrica che fa drizzare i peli delle braccia, quando zia e nipote vanno dalla dottoressa. Questa dottoressa visita entrambi, che sono lì un po’ controvoglia. Visita il ragazzino di latta con lunghe pinze metalliche e occhiali da aviatore, poi fa alcuni esami che mostra alla zia. Dalle lastre, sono visibili tutte le macchie dall’anima del ragazzino. Quella sì che è una dottoressa molto speciale.

La buona educazione
Regia di Mariano Dammacco
con Serena Balivo
spazio scenico di Mariano Dammacco e Stella Monesi
Produzione Piccola Compagnia Dammacco / Teatro di Dioniso
In collaborazione con L’arboreto Teatro Dimora, Teatro Franco Parenti, Primavera dei Teatri, Asti Teatro 40

Eleonora Monticone

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FDCT23-Summerless

Teheran vent’anni dopo la rivoluzione. Uno spaccato di società o meglio una società spaccata, piena di contraddizioni nella sua storia grande come in quella piccola di donne e uomini, e bambini che vanno a scuola. È difficile per noi capire fino in fondo quella parte di mondo, il Medio Oriente, con le sue terre devastate da guerre intestine e internazionali, contraddizioni religiose e civili, e ora  ancora di più attuali. L’Iran repubblica islamica dalla fine degli anni settanta, è uno degli stati più influenti e potenti della regione, sebbene le contraddizioni, di una società sempre più chiusa e integralista, non si fanno attendere, aggravate ulteriormente dall’embargo occidentale. Tutto questo nello spettacolo non c’è, non viene detto, ma è come se trasudasse dalle pareti della scuola, lo si percepisce nascosto tra le parole sconsolate della gente. Persone che non ci stanno, persone che nel loro piccolo pongono domande per comprendere, capire qualcosa che non sta accadendo come dovrebbe. Le domande di una mamma al maestro, sono le domande della maggioranza di un popolo che vuole un Iran senza restrizioni.

Il regista iraniano Amir Reza Koohestani, da tempo molto apprezzato nella scena internazionale, mette in scena Summerless ,in seconda rappresentazione europea, alla ventitreesima edizione del Festival delle Colline Torinesi. Uno spettacolo in lingua farsi che vuole indagare i rapporti tra diverse generazioni, tra i figli che aspirano a un cambiamento, a una vita in una società diversa e a scoprire il mondo, e i padri troppo ancorati ad un sistema di controllo, che  accettano perché hanno conosciuto solo quel sistema. Koohestani sceglie, come microcosmo per mostrare le trasformazioni che stanno avvenendo nella società iraniana, una scuola elementare. Un arco temporale di nove mesi,  scandito in tre stagioni, il periodo scolastico, in cui appunto, come si intuisce dal titolo, manca il periodo estivo. L’estate viene evocata come tempo futuro, lontano, dove i nostri protagonisti non vivono perché la scuola è chiusa, un tempo di sogno, utopia di un futuro migliore.

Tre personaggi: una sorvegliante, un pittore e una madre. Il pittore in passato viveva con la sorvegliante, ma avendo intenzioni di vita differenti si sono separati.  La sorvegliante viene incaricata di abbellire la scuola e creare laboratori. Non conoscendo altri,  chiama il pittore e gli dà la possibilità di insegnare arte in uno dei laboratori e di dipingere il muro. Si intravedono le prime crepe. Lui accetta il lavoro per guadagnare qualcosa e riconciliarsi con la donna, ma non verrà pagato. Inoltre il muro deve essere ridipinto perché ha ancora delle scritte propagandistiche  del vecchia dittatura. Parole che i bambini vedono continuamente, simbolo di una tara del passato che fa fatica a scomparire. Se si copre una crepa, mettendola da parte come cosa di poco conto, al minimo scossone si ingigantisce e poi crolla tutto. Così questi problemi si insinuano anche in un muro dipinto. Il pittore incontra una giovane madre in attesa della sua bambina nel cortile della scuola, le parla e si fa raccontare chi sia la sua bambina e il papà. Decide di dipingere la bambina con la madre e il padre. Costretto a cancellare il dipinto perchè si intravede ancora qualche scritta, decide di andarsene e continuare la sua vita da pittore in provincia. Una sua alunna crede di essere innamorata del maestro, ed è distrutta quando capisce che lui se ne va. Inoltre la madre, intravedendo sotto il bianco l’immagine di un uomo che tiene per mano la bambina,  comincia a pensare che il maestro nasconda qualcosa. Voci aggravate dagli altri genitori. La quiete tornerà quando si chiarirà col maestro e quando ci sarà un incontro tra lui e la bambina, per farla guarire dai suoi problemi. Non mangiava più, voleva vedere solo il maestro. Come è cominciato in punta di piedi, lo spettacolo finisce altrettanto, con la bambina che spinge la giostra in cortile, sogno di uno stravolgimento delle situazioni, sogno verso un futuro, forse adesso un po’ più dolce.

Uno spettacolo semplice nel suo sviluppo, che volutamente non intende mostrare apertamente tutti i problemi di una società che non riesce a scrollarsi di dosso il passato. Il regista li cela sotto altre situazioni, sotto simboli e piano piano piano i drammi vengono alla luce, uno dopo l’altro, forse con ancora più  forza. Siamo calati in una società dove la povertà delle strutture, come appunto le scuole, è diffusa, in cui i genitori non riescono a capire il motivo per cui pagare più tasse scolastiche, meglio più tasse in generale. Più welfare, più tasse diremmo noi. Una società che vuole farsi aperta, ma che grava i cittadini di limitazioni, addirittura i bambini nelle scuole, mentre queste nuove generazioni non le comprendono, aspirano a qualcosa di nuovo.

Amir Reza Koohestani ci mostra la speranza di un futuro forse migliore se certe limitazioni culturali saranno dissipate, e ci aiuta a spostare un poco più in là il nostro sguardo  sull’Iran.

Emanuele Biganzoli

 

di Amir Reza Koohestani
regia Amir Reza Koohestani

scenografia Shahryar Hatami
costumi Shima Mirhamidi
video Davoud Sadri e Ali Shirkhodaei
musica Ankido Darash
interpreti Mona Ahmadi, Saeid Changizian, Leyli Rashidi
soprattitoli in italiano Laura Bevione per Festival delle Colline Torinesi/Fondazione TPE

produzione Mehr Theatre Group
coproduzione con Kunstenfestivaldesarts, Festival d’Avignon, Festival delle Colline Torinesi / Fondazione TPE, La Bâtie – Festival de Genève, Künstlerhaus Mousonturm Frankfurt am Main, Théâtre National de Bretagne, Münchner Kammerspiele, La Filature – Scène nationale de Mulhouse, Théâtre populaire romand

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FDCT23-LATE NIGHT_APPLAUSI SCROSCIANTI

Cosa si aspetta la società del XXI secolo dall’arte? Arduo compito dare una risposta a questo interrogativo e ai numerosi altri che il Bliz Theatre Group pone al pubblico con lo spettacolo Late Night. Novanta minuti di performance intensa, che racconta le macerie di un’Europa devastata dalla guerra attraverso gli occhi di tre donne e tre uomini che si trovano in una sala da ballo fatiscente. Qualcuno nemmeno si ricorda come ci sia finito. Padroni di questo luogo surreale sono il tempo e l’attesa. Ma cos’è che i sei stanno aspettando? Davvero siamo solo esseri umani in balia degli eventi e che altro non possono fare se non attendere che tutto quanto finisca? E, soprattutto, come trascorrere questo tempo? Danzando. Continua la lettura di FDCT23-LATE NIGHT_APPLAUSI SCROSCIANTI

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Stanze/Qolalka: siamo diversi?

Martedì 20 giugno, in occasione del Festival delle Colline Torinesi, va in scena alle Fonderie Limone lo spettacolo diretto da Massimiliano e Gianluca De Serio Stanze/Qolalka.

Lo ammetto: quando sono entrato in teatro e ho visto due leggii senza alcuna scenografia se non un paio di sedie, un cassone e due teli bianchi ho avuto paura. Temevo di risentire la classica storia sul quanto siamo cattivi e poco accoglienti noi occidentali nei confronti dei fratelli africani in un’accozzaglia di letture e video utili solo all’autocelebrazione di un’idea.

E invece? Invece i Fratelli De Serio hanno dato vitae spazio a storie forti e coinvolgenti raccontate da due immigrati e ora mediatori 

culturali di nome Abdullahi e Suad che, pur non essendo attori, hanno portato in scena ciò che molti grandi professionisti (o presunti tali) italiani non riescono a trasmettere: la verità.

Sì, perché Abdul e Suad sono anche autori dello spettacolo e, per poco più di un’ora, hanno raccontato cosa è realmente la Somalia e di cosa tratta la loro cultura: tra poesia, religione, guerre, morti e un’instabilità politica tristemente nota a molti paesi africani.

La messinscena, come ho già accennato ironicamente, è essenziale: è evidente come in questo spettacolo giochi un ruolo da protagonista l’uso sapiente delle retroproiezioni dei Fratelli De Serio, non a caso – ottimi – registi cinematografici. I teli bianchi sono infatti mobili e vengono spostati dai due attori per creare delle stanze ogni volta differenti, arricchite da immagini, parole e sottotitoli, in un’alternanza di idiomi tra somalo e italiano, i quali finiscono per fondersi in un’unica lingua nella parte iniziale dello spettacolo, in cui le parole italiane vengono simpaticamente ”somalizzate” (ad esempio ”insalata” diviene ”ihynsalatah”) per aiutare il pubblico a prendere confidenza con una lingua, così come una cultura, apparentemente tanto diversa dalla nostra.

La domanda che ci si pone è: siamo veramente tanto diversi? La risposta non è importante, siamo esseri umani entrambi. Ma è innegabile che vi siano delle disuguaglianze tra il popolo italiano e quello somalo: ciò che salta immediatamente agli occhi è l’intensità dell’aspetto religioso. Questo è infatti molto presente nelle vite dei somali che continuamente durante lo spettacolo si rivolgono a Dio.

Inevitabile una riflessione sul testo, seppur buono, della rappresentazione: non c’è stata la volontà di spingersi ancora più in là di quanto si sia fatto per muovere delle accuse e portare delle testimonianze su quello che per la Somalia era ed è un vero e proprio ”cancro” che la divora dall’interno: lo jihadismo. Ho avvertito una necessità di dover mostrare solo il lato buono della cultura somala (cosa peraltro legittima) senza volersi mai addentrare nei fantasmi che hanno costretto centinaia di migliaia di persone a scappare per cercare un posto in cui vivere in sicurezza, lontani dalle bombe e dalla violenza gratuita delle minoranze belligeranti.

Esclusi Suad e Abdullahi, tutti gli attori siedono tra il pubblico e il senso di insieme tra platea e palco è palpabile, vista anche la scelta di luci che potrebbe risultare poco rischiosa ma anche funzionale allo spettacolo: il palco è sempre molto illuminato con un piazzato e, questa scelta, aiuta la distruzione della quarta parete come voluto anche per gli attori, i quali si rivolgono direttamente al pubblico e non recitano: raccontano.

I rimandi e le critiche al fascismo sono moltissimi. Un momento di fortissimo impatto emotivo è stata la stanza (o scena che dir si voglia) in cui si ricorda dei saccheggi e delle violenze perpetuati dagli italiani ai danni del popolo somalo negli anni del colonialismo. Quest’ultima mi è parsa una fondamentale chiave di lettura dello spettacolo: chi siamo noi per giudicare chi fugge da una guerra? Chi siamo noi per ostacolare chi cerca una terra diversa da quella che hanno calpestato per la prima volta? Dov’è finita la nostra umanità? La realtà è che una parte importante del nostro paese è composta da persone egoiste e attente a cercare un capro espiatorio che permetta loro di vivere felice. E’ stata quindi ottima la scelta degli autori e dei fratelli De Serio di sbattere in faccia la realtà a chi era in platea, di dire chiaramente le cose come stanno: ci lamentiamo di chi non ha niente e cerca qualcosa da noi ma, noi, che qualcosa lo avevamo, da loro ci siamo andati comunque. E il nostro aiuto non era richiesto.

Lo spettacolo si divide in tre momenti fortemente emozionanti: il racconto di un ragazzo somalo che, tramite un video, descrive la terrificante violazione dei diritti umani subita in un carcere libico; la testimonianza di una mamma come Suad dell’uso della poesia, la quale è fortemente presente nella cultura somala; il racconto di Abdullahi sul perché ha scelto di mettersi su un barcone e rischiare la vita e su quali sono i passaggi, le esperienze, i rischi concreti di chi sceglie di intraprendere questo pericolosissimo viaggio.

Molto interessante l’uso della tecnologia in tutto lo spettacolo, specialmente se abbinata alla tradizione somala: una volta le poesie (che, come già descritto, sono parte integrante della loro cultura) venivano tramandate oralmente, mentre ora i principali canali di diffusione sono Whatsapp, Viber, Facebook e Youtube. Questi ultimi, come testimonia Abdullahi, sono anche fondamentali nell’aiuto all’integrazione dei nuovi arrivati, i quali possono mettersi in contatto prima della partenza con chi ha già subito il calvario che li aspetta.

Abdullahi, infatti, racconta di come l’occidente sia visto come una terra promessa dai profughi africani ma, per una persona come lui che ce l’ha fatta, altre cento non riescono ad integrarsi e a trovare un motivo per vivere.

La colpa? Questo non ci è dato saperlo. Stanze/Qolalka è una straordinaria fonte di riflessione su quello che vuol dire integrarsi e sul come spiegare una cultura in modo fresco e a tratti brillante, oltre che emotivo e drammatico. L’auspicio è che la ricerca dei fratelli De Serio non si fermi qui e che si porti avanti questo progetto anche su altre culture apparentemente, e forse effettivamente, tanto lontane dalle  nostre.

Luca Vincent Pecora

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Human Animal -FDCT

Debutta a Torino, all’interno del Festival Delle Colline Torinesi, lo spettacolo della compagnia La ballata dei Lenna, risultato del progetto vincitore di Hangar Creatività.

Human Animal. Se sei immune alla noia non c’è niente che tu non possa fare.” è il suo titolo. L’autore contemporaneo americano David Foster Wallace -e in particolare “Il re Pallido”, suo ultimo libro lasciato incompiuto-, è invece la fonte ispiratrice dalla quale Paola di Mitri decide di partire per la scrittura dello spettacolo. Un romanzo che affronta in particolar modo i temi della noia della quotidianità e dell’angoscia esistenziale che attanagliano l’uomo, oggi più che mai.

Se Wallace descrive la vita di un gruppo di funzionari della IRS (agenzia tributaria statunitense), e nello specifico la necessità di elaborare ed affrontare nel migliore dei modi la tediosità del loro lavoro, Paola Di Mitri trasporta la vicenda in Italia, concentrandosi sugli impiegati dell’agenzia delle entrate. Con alcuni di loro gli attori trascorrono un primo momento di ricerca, durante il quale raccolgono informazioni, suggestioni, pensieri, gesti e nevrosi, per poi passare ad una seconda fase di selezione e rielaborazione. Costruiscono a questo punto i tre personaggi cardine dello spettacolo – a tratti al di là e al di qua dello schermo in un’alternanza che integra e consegna talvolta personaggi cinematografici, talvolta teatrali -, all’interno di una performance che lascia ampio spazio –come d’altronde richiesto da Hangar- all’utilizzo delle nuove tecnologie, nonché ad una particolarissima interdisciplinarità.

La scenografia è scarna ed essenziale. Il palcoscenico non c’è. Di fronte al pubblico soltanto un piccolo spazio vuoto interrotto da uno schermo, dietro al quale talvolta si nascondono gli attori. Questi ultimi, infatti, in alcuni punti completano, danno voce e corpo al filmato, che s’interrompe, che continua muto, che lascia fuori campo un personaggio ora di fronte al pubblico, in carne ed ossa. Gli attori poi -bisogna precisare- non sono soltanto dei semplici attori, ma dei performer. Si dimenano sulle note di Je t’aime… moi non plus (Serge Gainsbourg e Jane Birkin) e cantano, oltre a recitare, per spogliarsi infine anche della loro maschera d’attore. O forse per svelarne un’altra, liberandosi ad ogni modo dal personaggio fino a quel momento interpretato.

La performance si divide infatti in due parti: durante l’ultima mezz’ora tutti si spostano nella sala accanto. Qui, su di una pedana, gli attori -pur continuando a recitare- hanno un colloquio diretto con il pubblico, che si vede (con grande timore) chiamato in causa. Giocano con gli spettatori, che – a questo punto- contribuiscono attivamente alla costruzione del senso dell’opera. Come fosse uno sguardo in macchina, quindi, i tre performer sono ora portatori dei pesanti pensieri dell’autore. Quei pensieri che, il 12 settembre dell’anno 2008, probabilmente lo spinsero al suicidio. Scelgono di dare voce e forma alle sue ultime parole, completando la parte mancante di quel libro, lasciato da Wallace -come già detto- inconcluso. E decidono di fare del finale un’esortazione alla vita. Un incitamento che ha come obiettivo quello di risvegliare ciascuno da quella condizione di assopimento e alienazione di cui troppo spesso oggi l’uomo è vittima.. ormai, purtroppo, senza più accorgersene. Cercano di far capire che il tempo passa incessantemente e che ogni giorno abbiamo perso un altro giorno che non tornerà piú. Che ci stiamo dimenticando dei veri valori, e del significato della bellezza, quella autentica. “Il mondo così com’è oggi è una burocrazia” scrive Wallace. Viviamo in un mondo troppo complicato. E’ vero. Ma ciò non può impedire (per lo meno non del tutto) di essere felici. Di vivere davvero. Di lasciarsi scompigliare e spettinare dalla vita, senza che questa si limiti a passarci sopra. O di fianco. Di riuscire ad intravedere quella meraviglia con cui un tempo eravamo capaci di vivere. Sarà forse più difficile, ma non impossibile. E il loro compito, oggi, è quello di darci un po’ più di coraggio. Di darci un piccolo spintone in avanti, per avvicinarci alla vita. Quella vera.

Distruggono il mondo/ In pezzi/ Distruggono il mondo/ A colpi di martello/ Ma non mi importa/ Non mi importa davvero/ Ne rimane abbastanza per me/ Ne rimane abbastanza/ Basta che io ami/ Una piuma azzurra/ Una pista di sabbia/ Un uccello pauroso/ Basta che io ami/ Un filo d’erba sottile/ Una goccia di rugiada/ Un grillo di bosco/ Possono rompere il mondo/ In frantumi/ Ne rimane abbastanza per me/ Ne rimane abbastanza/ Avrò sempre un po’ d’aria/ Un filetto di vita/ Un barlume di luce nell’occhio/ E il vento nelle ortiche (..)   (Boris Vian, ’51-‘52, Non vorrei crepare)

 

di Paola di Mitri
regia Nicola Di Chio, Paola di Mitri, Miriam Fieno

con Martin Chishimba, Paola di Mitri, Miriam Fieno
luci e visual concept Eleonora Diana
video e riprese Vieri Brini e Irene Dionisio 

produzione La Ballata dei Lenna
produzione esecutiva ACTI Teatri Indipendenti
sostegno alla produzione Hangar Creatività (Assessorato alla Cultura Regione Piemonte, Fondazione Piemonte dal Vivo), Zona K Milano, Factory Compagnia Transadriatica,
Principio Attivo Teatro
in collaborazione con Scuola Holden
vincitore bando Funder35
vincitore progetto Hangar Creatività

 

 

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Fotografia della Mafia

Alla Fabbrica delle “E” di Torino è andato in scena in prima assoluta  La donna che cammina sulle ferite dei suoi sogni, uno spettacolo della compagnia Viartisti.
Questo è il primo della stagione del ciclo di Teatroimpegnocivile.

Il lavoro presenta l’incredibile vita di una donna, Letizia Battaglia, che ha voluto raccontare attraverso i suoi reportage a Palermo, in quasi vent’anni,  la guerra delle mafie, esprimendola con immagini molto forti e vere.

Scena aperta, scatoloni che fanno da scenografia, fondale nero che si illumina fin da subito con le parole di Letizia: le sue foto che ci accompagnano per tutto lo spettacolo.
Le due attrici in scena, Serena Barone e Gloria Liberati, incarnano l’anima di Letizia, a volte in prima persona a volte in terza, ci raccontano che cosa è stato vivere vedendosi portare via l’istruzione, che cosa ha significato stare in casa, essere donna ma in realtà esserlo solo nella propria casa e solo dopo essersi sposata. Un matrimonio infelice che porta Letizia ad allontanarsi, a Milano. Ma a Letizia non piace Milano, vuole la sua terra anche se succedono cose spaventose. Tornata a Palermo inizia a lavorare come giornalista di cronaca. Le sta stretto dover scrivere, Letizia non è una donna di molte parole. Poi finalmente può raccontare attraverso 1, 2, 500, 1000 e ancora di più foto quello che vede.

Il testo, inedito, scritto da Riccardo Liberati e Pietra Selva, che cura anche la regia, usa parole che servono per spiegare i contenuti di quelle immagini forti. Servono per raccontarci chi è sempre stata dietro la macchina fotografica a scattare. E a un certo punto l’attore chiede al pubblico dove sia Letizia, e si scusa perchè loro stanno usando tante parole, e lei invece è stata capace di non usarne nessuna, perchè le immagini dicono molto di più e il loro compito è quello di sbalordirci e di non farci dire una parola.
Molto suggestive anche le proiezioni che accompagnano tutto lo spettacolo: fotografie che hanno testimoniato venti anni di guerre.
Qualche piccolo inconveniente tecnico legato al suono non è stato in realtà un problema.  Perchè le immagini create dagli attori parlavano in maniera fortissima.390x390_5739a439ce71a_260x260

Letizia Battaglia ieri sera era presente in sala. Alla fine dello spettacolo è stata chiamata sul palco: visivamente commossa ha ringraziato la compagnia, l’autore Riccardo Liberati e la regista Pietra Selva. Il tutto senza dire una parola e facendoci capire ancora una volta che le azioni e le immagini sono più forte di qualsiasi altra cosa.

Elisa Mina

di Riccardo Liberati e Pietra Selva
regia Pietra Selva

con Serena Barone, Gloria Liberati, Alberto Valente
collaborazione artistica e video Riccardo Liberati
consulenza video Eleonora Diana
allestimento Carmelo Giammello
luci Eleonora Diana

produzione Viartisti Teatro
in collaborazione con
Festival delle Colline Torinesi

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Verità nascosta da una farfalla

Ieri è andato in scena 1983 BUTTERFLY, spettacolo della “Piccola Compagnia della Magnolia” in prima assoluta al Festival delle colline.

Il lavoro narra la storia di Bernard Boursicot e Shi Pei Pu, persone realmente vissute, in maniera molto intima, raccontando e mettendo in scena pagine del diario di Boursicot.

Un giovane contabile francese, in viaggio per lavoro nella Pechino del 1962 incontra un cantante d’opera, Shi Pei Pu, che si è appena esibito nella “Madame Butterfly”. Nonostante si dica che i cinesi odino la Butterfly come opera perché vi ritrovano l’oppressione dell’uomo occidentale sulla donna orientale, Bernard trova che in Shi ci sia qualcosa di speciale.
Tra i due nasce un sentimento, Shi gli racconta che in realtà è una donna, avranno un figlio insieme. Andranno a vivere in Francia tutti e tre.
Bernard inizierà a passare documenti francesi alla Cina per poter proteggre la sua famiglia.
Qualcosa smuove l’apparente felicità che c’è in questa sorta di famiglia. Un’accusa di controspionaggio. Una rivelazione che sconvolge tutto.

Lo spettacolo è realizzato da due soli attori.
I due si scambiano i ruoli di sesso, Davide Giglio interpreta Shi, Giorgia Cerutti interpreta Bernard. Devo ammettere che magnolia foto repertorio 1per la prima parte dello spettacolo la cosa mi ha turbato. Mi chiedevo il perchè di questa scelta. Ma, a un certo punto, sono le stesse parole del diario di Bernard a spiegarci che la sessualità non ha importanza. A fronte di ciò, ritengo che gli attori abbiano giocato molto bene su questo aspetto e abbiano saputo sfruttarla per una resa scenica ancora più di impatto.
Non ho apprezzato molto però l’uso dei microfoni. Mi sembra che servissero puramente per amplificare la voce e non per creare effetti particolari. E’ vero, i due attori hanno camuffato la voce per tutta la durata dello spettacolo, però sono ancor dell’idea che in teatro la parola debba arrivare senza mezzi intermediari.
Altro protagonista è lo schermo : stretto e a tutta altezza, ci mostra i fatti, ci porta da un luogo all’altro, da un anno all’altro, permettendo così alla compagnia di usare una scena molto essenziale e pulita. Un pavimento bianco, un bancone rosso, sei candele : tre a un capo del bancone e tre dalla parte opposta.
La storia di per sé è molto cruda, ma racchiude un non so che di poetico. Negli anni passati era già stata portata alla luce e i protagonisti resi immortali da un film . Ma grazie al teatro si è potuto rinnovare questa poesia e libertà delle proprie scelte che porta a un destino triste e infelice.

Elisa Mina

 

di Giorgia Cerruti
regia Giorgia Cerruti

assistente alla regia Cleonice Fecit
con Davide Giglio e Giorgia Cerruti
scene e luci Lucio Diana
costumi Gaia Paciello – atelier Pcm
musiche Giorgia Cerruti – Cleonice Fecit
organizzazione Giulia Randone

produzione Piccola Compagnia della Magnolia, Festival delle Colline Torinesi

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Anteprima Killing Desdemona

16/06/2016

Ieri pomeriggio (il 16 giugno) ho avuto la possibilità di assistere alla prova generale di Killing Desdemona, presentato al Festival delle colline in Anteprima Nazionale della compagnia BALLETTO CIVILE.
Lo spettacolo ideato da Michela Lucenti e Maurizio Camilli, con musica dal vivo Jochen arbeit è bellissimo.
Premettiamo che “prova” non è mimimamente sembrata, gli attori e i ballerini sono stati all’altezza di una vera e propria replica.

Il lavoro racconta la vicenda dell’ Otello tentando di sottolineare in maniera ancora più marcata la posizione e l’amore di Desdemona. La compagnia ha un uso molto suggestivo dei microfoni grazie ai quali si riescono a creare effetti nuovi, frusciiBALLETTO CIVILE_7, echi lontani e canti che ci trasportano in un altro mondo.
Molto forti e toccanti sono le coreografie di tutti i personaggi che col corpo danno vita alle vere parole del testo: quelle non dette. Ciò accade fin da subito, con Desdemona e il Moro, che entrano in questa sorta di danza mentre cinti l’uno all’altra si amano, e poi anche con gli scontri comici tra Iago e Cassio, tra Otello e Iago, che ci mostrano la vera forza di questa storia di gelosia, amore e rabbia.

Per la rappresentazione di oggi la compagnia ha gia il tutto esaurito.
Non mi resta che augurarvi, cari lettori : buono spettacolo…

KILLING DESDEMONA
Ideazione Michela Lucenti e Maurizio Camilli
Regia e Coreografia Michela Lucenti
Musica originale eseguita dal vivo Jochen Arbeit (Einstürzende Neubauten)
Interpretato e creato da : Fabio Bergalio, Maurizio Camilli, Andrea Capaldi, Ambra Chiarello, Michela Lucenti, Demian Troiano, Natalia Vallebona
Scene e costumi Chiara Defant
Realizzazione scene Alessandro Ratti

Produzione Balletto Civile, Festival delle Colline Torinesi, Ravello Festival, Neukoellner Oper Berlin, Compagnia Gli Scarti
con il sostegno di Mare Culturale Urbano , CTB Centro Teatrale Bresciano , Festival Resistere e Creare, Centro Dialma Ruggiero-FuoriLuogo

Elisa Mina

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