Tutti gli articoli di Luca Siri

Rigoletto al Teatro Regio: incontro coi protagonisti

Uno degli spettacoli di punta del Teatro Regio, quest’anno, è senza dubbio Rigoletto, ultimo titolo della ‘trilogia popolare’ di Giuseppe Verdi rappresentato sul palco torinese (ma primo ad essere composto, e del perché di quest’ordine si parlerà più avanti), che attira intorno a sé motivi d’interesse dovuti principalmente alla regia firmata da John Turturro, celebre attore hollywoodiano di formazione teatrale, volto e voce di registi quali Woody Allen, Martin Scorsese, Spike Lee e i fratelli Coen, al suo debutto nel mondo dell’opera. Si è dunque andati con grande curiosità sia alla prova generale per vedere il suo lavoro (qui la recensione a cura di Francesca Slaviero) sia, due giorni dopo – insieme a un nutrito manipolo di giornalisti – a un incontro con il cast, il direttore d’orchestra e il regista, pronto, quest’ultimo, a rispondere alla domanda tanto spontanea quanto inevitabile: che ci azzecca John Turturro con Rigoletto? «Sono cresciuto ascoltando l’opera, l’ho sempre amata – risponde Turturro – e credo sia per questa mia passione che mi hanno chiesto di metterne una in scena. Me ne hanno proposte tre: non so bene perché ho scelto Rigoletto. Forse perché è l’opera preferita di un mio caro amico. Forse anche perché, oltre a Verdi, adoro Victor Hugo. E mi piacciono le gobbe». E, visto il pubblico e il luogo, aggiunge: «E i gobbi». Sull’attualità del genere operistico non ha dubbi: «Come la tragedia greca, l’opera racconta storie universali servendosi di parola, musica e coro. E universale è anche la storia tra un padre, Rigoletto, e sua figlia».

Cruciale per questo spettacolo è il tema degli attori che fanno i registi, sia a teatro che al cinema, con risultati alterni, ma in curioso aumento. Nell’ultima edizione del Torino Film Festival, per dirne una, si sono visti film di James Franco, Ralph Fiennes, Ethan Hawke e Paul Dano (quest’ultimo vincitore nel concorso principale Torino 36). Ma al di là della riuscita del film o della pièce, è molto interessante il lavoro che c’è dietro, e la differenza, nel modo di dirigere gli attori, tra chi attore lo è e chi non lo è. «Di sicuro la formazione di attore male non fa – continua Turturro – anzi, come attore capisco meglio le esigenze di chi sta sul palco, le loro ansie e la loro tensione, e posso porvi rimedio».

Il direttore Renato Palumbo e il baritono Carlos Álvarez (Rigoletto).

Circa il rapporto tra musica e cinema, rapporto che spesso emerge quando sono registi o attori cinematografici a mettere le mani sulle opere dei nostri beniamini musicali, Turturro ribadisce la diversità dei due mondi dichiarando di non aver voluto dare un taglio cinematografico allo spettacolo, ma di aver cercato di esaltarne la dimensione teatrale, con una regia al servizio di quella musica e di quel dramma creati apposta per stare sul palcoscenico. Il direttore d’orchestra, Renato Palumbo, aggiunge: «Sono convinto che come il cinema vada visto solo al cinema, così l’opera si possa vedere solo a teatro. Le opere filmate, che ultimamente sono state sdoganate nei cinema, possono essere utili a diffondere questo linguaggio, però si perde quel qualcosa che possiede il live, e che non può essere riprodotto». E se pure le arie che tutti conosciamo e che hanno reso famoso Rigoletto sono parte della sua complessa costruzione drammaturgica, Palumbo ci tiene a spiegare che la grandezza di quest’opera sta nell’insieme dell’architettura musicale di Verdi. È in momenti come «Pari siamo!» che emerge il dramma esistenziale del buffone storpio, è nei declamati e nei recitativi che la musica diventa tutt’uno con la tragedia imminente, annunciata sin dall’inizio dalle trombe della maledizione. «Sono questi i momenti più difficili da dirigere, non “La donna è mobile”o “Caro nome”».

C’è poi la famigerata questione dello zumpappà. Motivo ancora oggi di derisione nei confronti del nostro massimo compositore, il tempo di valzer è uno stilema su cui Palumbo ha maturato una propria visione consapevole, basata sulle più recenti edizioni critiche delle opere di Verdi: «Io credo che Verdi odiasse il valzer. Perché è una cosa che apparteneva agli austriaci, ai dominatori. Quando lo si esegue bisogna cercare di dargli sempre delle sfumature adeguate a quello che sta succedendo sul palcoscenico, usando gli accenti, i crescendo e i diminuendo. Il valzer, in un modo o nell’altro, va spesso camuffato. Anche perché sulla musica comanda la parola, per cui se il cantante sta dicendo “egli ha il pugnale!” bisogna dare all’orchestra una sonorità violenta e quasi fastidiosa. La musica, e quindi anche il valzer, in Verdi non è mai fine a se stessa, ma è sempre al servizio del dramma».

A proposito dell’importanza della dimensione drammaturgica, il baritono Carlos Álvarez, interprete del title role, racconta un aneddoto singolare: «Non so se lo sapete, ma quando ero più giovane il maestro Muti mi propose di cantare Rigoletto alla Scala, sotto la sua direzione. Rifiutai perché non avevo ancora vissuto abbastanza, non sapevo cosa volesse dire essere padre, e non avevo sufficienti dolori alle spalle. Credo che per cantare un ruolo così complesso sia necessario aver fatto certe esperienze. Nella voce si sentono».

Il baritono Carlos Álvarez (Rigoletto).

Ma in tutto questo, perché Rigoletto l’hanno fatto per ultimo, se è il primo titolo della trilogia? Lo spiega Alessandro Galoppini, il direttore artistico: «Rigoletto è molto più ‘avanti’ delle opere successive della trilogia, Trovatore e Traviata. Scombinando l’ordine, abbiamo voluto rendere evidente al pubblico l’evoluzione tra le arie e cabalette – bellissime – del Trovatore e la modernità di linguaggio di Rigoletto, opera rivoluzionaria per il teatro musicale tanto quanto la Terza sinfonia di Beethoven per il repertorio sinfonico».

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Il trovatore al Teatro Regio di Torino

Che per il pubblico italiano il nome di Giuseppe Verdi sia immediatamente riconosciuto come parte di un patrimonio condiviso di hit-parade mai tramontate, come le canzoni di Mina o Domenico Modugno, è qualcosa di talmente assimilato che spesso finiamo per dimenticarcene. Eppure, quante volte abbiamo sorpreso qualcuno (o ci siamo sorpresi) a canticchiare «La donna è mobile» o a fischiettare «Libiamo ne’ lieti calici»? Per non parlare delle pubblicità e delle parodie. Il fatto è che, se è vero che l’umanità intera piange ed ama con la voce di Verdi (come scrisse Gabriele D’Annunzio), noi italiani Verdi ce lo abbiamo nel sangue, che ci piaccia o no. Assecondando questa ereditaria affinità, il Teatro Regio di Torino ha voluto inaugurare la stagione 2018/2019 con Il trovatore, titolo che rappresenta nientemeno che la quintessenza del melodramma italiano, con tutto il suo corredo di grandi arie, passioni violente e trame inverosimili e intricatissime, ma rese vive e fulgide dalla musica. E particolarmente felice è stata, nel Trovatore, la vena musicale di Verdi nello scrivere tra le sue melodie più sinuose e accese, così perfette che sembrano sgorgare spontaneamente, e cesellate invece con precisione scultorea. Tanto che, sin dalla sua prima apparizione nel 1853, quest’opera fu accompagnata da un immediato e duraturo successo, così come anche dalla nomea di “melodramma nero” dovuta alla maggior parte delle scene che, nell’oscurità di una fortezza o nelle tenebre di un carcere, lo tingono di un colore singolarmente fosco, illuminato qua e là dal sinistro baluginare di fiamme, roghi e pire.

Quest’atmosfera cupa è stata splendidamente messa in scena da Paul Curran, in un allestimento che gioca sull’alternanza tra parti in ombra e luci fioche, con una scenografia inospitale e fredda, per la quale il regista dice di essersi ispirato ad Assassin’s Creed e a Game of Thrones, così come per la gestione dei rapporti tra i personaggi e i loro comportamenti. Alcune scelte sono riuscite molto efficaci, una su tutte l’apertura del terzo atto con due soldati a petto nudo che lottano nell’accampamento, circondati dai commilitoni che incoraggiano e tifano, tipo Barry Lyndon. Altre sono risultate, tuttavia, poco convincenti, come ad esempio un’Azucena che con uno scossone riesce, da sola, a scaraventare a terra ben cinque militari giovani e muscolosi. Ma sono sottigliezze che non intaccano la macchina scenica, simmetrica come la struttura dell’opera, e per giunta straordinariamente mobile, con scale che emergono dai lati del palco, pareti scorrevoli che rivelano bivacchi di zingari, porte che scompaiono e passerelle che le sostituiscono. Bene anche il trattamento delle masse corali, ora consistenti in lunghe file di soldati appiattite contro le pareti prima dell’agguato al convento, ora ridotte a poche, inquietanti sagome in processione, che intonano un «Miserere» reggendo un lume nella più completa oscurità. Questo grande movimento tutt’intorno ai quattro personaggi principali li ha isolati ancor di più nella loro statuaria tragicità.

Tra di loro, il migliore in campo è stato quello della zingara, interpretata da Anna Maria Chiuri con una voce agghiacciante e sensuale, ricca di sfumature, carica di oscuri presagi e antichi dolori concentrati in quel ‘mi vendica!’ in cui converge tutto il dramma, mentre, per quanto riguarda il title role, il Manrico di Diego Torre aveva un timbro vocale piuttosto scuro, molto buono nei momenti di malinconia raccolta, ma poco adatto là dove il canto richiedeva slanci acuti e squillanti. Leonora era interpretata da Rachel Willis-Sørensen, dotata una voce duttile, agile e drammatica, perfetta in praticamente tutta la parte, e sebbene si sia notata ogni tanto una mancanza di fiato nel concludere certe frasi, alla fine ha convinto la sicurezza e il sentimento che ha messo anche nelle cabalette più impervie. Il meno felice è stato, a mio avviso, Massimo Cavalletti nei panni del Conte di Luna: il suo canto ansimante, spezzato e singhiozzante, a volte addirittura urlato, era un po’ troppo lontano dall’ideale belcantistico di un nobile che, tormentato dal dolore di vivere senza essere amato, dà libero sfogo alla tragedia servendosi del potere di cui è detentore.

Ottima, efficace e funzionale nei tempi, l’orchestra condotta da Pinchas Steinberg, che ne ha estratto un suono corrusco e deciso, rivelatore di sonorità ruvide e minacciose, al servizio di un’opera capace, ancora oggi, di muovere alle lacrime un pubblico variegato come quello che ha riempito la sala del Regio il giorno della prova generale, plaudente pressoché all’unanimità.

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Aspettando il Trovatore

Entrando nel foyer del Teatro Regio, la mattina del 3 ottobre, per assistere alla conferenza di presentazione del titolo inaugurale, vediamo campeggiare la grande locandina dello spettacolo che aprirà la stagione d’opera e balletto 2018-2019. Sfondo nero, scritte bianche, al centro una grande rosa incendiata e sotto di essa una citazione: “Ah, l’amorosa fiamma/ m’arde ogni fibra”. I versi provengono dal primo atto de Il trovatore, amatissimo titolo della cosiddetta ‘trilogia popolare’ di Giuseppe Verdi, sebbene meno eseguito rispetto a Rigoletto e Traviata, tanto che al Regio manca da ben 13 anni: l’ultima esecuzione risale infatti al marzo 2005, e fu sotto la direzione di Renato Palumbo e la regia di Alberto Fassini. Sono presenti alla conferenza la direttrice dell’Ufficio Stampa Paola Giunti, l’assessore alla cultura della Città di Torino Francesca Leon, il direttore Comunicazione e Immagine di Intesa Sanpaolo Fabrizio Paschina, il nuovo sovrintendente William Graziosi, il nuovo direttore artistico Alessandro Galoppini, il regista Paul Curran, prima volta al Regio, e il direttore d’orchestra Pinchas Steinberg, la cui invece lunga collaborazione col teatro risale al 1993 con Il caso Makropoulos di Janáček, ed è proseguita negli anni con molti altri titoli, tra cui ricordiamo un Lohengrin di Wagner nel 2001 e un recente successo col Samson et Dalila di Saint-Saëns nel 2016. La conferenza comincia confermando gli intenti della nuova amministrazione: sia Leon sia Graziosi sia Galoppini affermano che l’obiettivo principale del Regio è quello di coinvolgere quanto più pubblico possibile, diffondendo la bellezza dell’opera (in particolare quella italiana, ammirata – si sa – in tutto il mondo) e facilitando l’accesso ai giovani, senza rinunciare, così promettono e rassicurano, a produzioni di qualità. Sull’accesso ai giovani non possiamo che essere d’accordo: lodevolissima ad esempio la nuova iniziativa Under 25 che regala spettacoli a 2 euro a tutti coloro che rientrano in questa fascia d’età. Sulla qualità degli spettacoli, non vediamo l’ora di assistervi, ma le parole di Paul Curran e di Pinchas Steinberg, bisogna dirlo, promettono bene. L’esperienza di quest’ultimo ci riconduce a due problemi fondamentali nell’esecuzione del Trovatore: la ricerca del colore del suono e l’efficacia espressiva della parola cantata. Steinberg spiega infatti che il cantante, a differenza dell’attore, deve saper conciliare la voce con il giusto ritmo e la giusta intonazione per riuscire a trasmettere sentimento, e su questo ha molto insistito durante le prove. Per quanto riguarda l’ambientazione, Paul Curran ha scelto il periodo risorgimentale al posto del fosco Medioevo previsto dal libretto. Questa sarebbe infatti l’epoca più adatta ad esprimere quelli che egli ritiene siano i tre nuclei fondamentali del dramma: religiosità, politica e amore, tanto romantico quanto sensuale, messi in scena in un allestimento dinamico, che prevede molti cambi di scena (tutti a vista tranne uno). A ciò si aggiunge la sua attenzione alle relazioni tra i personaggi, tanto affascinanti da accomunare, a suo dire, Il trovatore e la serie televisiva Game of Thrones proprio per il groviglio di trame e rapporti tra individui.

Il regista Paul Curran e il direttore Pinchas Steinberg.

Terminata la conferenza, ritroviamo Curran in platea, intento a controllare il palcoscenico su cui Manrico (Diego Torre) e Azucena (Anna Maria Chiuri) provano l’ultimo atto in quell’«orrido carcere» che qui è una cella incastrata tra due grandi scalinate circondate da pareti nude e verdastre. Ci avviciniamo al regista, disposto a concederci una piccola intervista.

“Lei ha detto che Il trovatore le ricorda Game of Thrones. Può spiegarci le affinità che accomunano due mondi apparentemente così distanti?”

“Innanzitutto il testo. Quando ho cominciato a preparare questo spettacolo ho notato che l’opera e la serie televisiva utilizzano praticamente le stesse parole. In entrambe poi c’è una violenza insanguinata, così come un modo orrendo di trattare le altre persone, soprattutto le donne. Infine mi ha colpito l’enorme successo che tutte e due hanno avuto ai loro tempi, nonostante Game of Thrones sia – diciamolo francamente – molto old fashioned, con un’estetica che soltanto 15 anni fa non avrebbe mai avuto un così largo seguito”.

“A cosa è dovuto, secondo lei, questo interesse rinnovato per un Medioevo di ferro e di sangue?”

“Credo ai videogames. Hanno riportato in auge un mondo di cappa e spada, simile a quello delle opere in voga nell’Ottocento, come appunto Il trovatore, o anche Rigoletto. Sono tutte storie estreme: amore, morte, suicidio, ossessioni e grandi passioni. Cose che ritroviamo anche oggi”.

“Come è arrivato a questa intuizione?”

“Mio marito è un grande videogiocatore. Un giorno, mentre lo osservavo giocare a uno di questi videogames, ho esclamato: ‘Ma questo è il Trovatore!’. L’immaginario è lo stesso, solo senza la musica di Verdi”.

A questo punto lo seguiamo direttamente sul palcoscenico, dove ci mostra i dettagli della sua scenografia. I muri del carcere sono costituiti da lunghe e spettrali assi rettangolari, alcune delle quali in rilievo.

“In effetti ricorda la grafica dell’Animus di Assassin’s Creed”.

“Per esempio. Poi, con l’illuminazione giusta, le ombre delle assi in rilievo daranno al carcere un aspetto ancora più sinistro. Abbiamo anche messo delle fenditure tra le assi, da cui far trasparire delle lame di luce da dietro le quinte”.

“A proposito del suo allestimento, mi è venuto in mente che Luchino Visconti apre Senso – forse ‘il film sul Risorgimento’ per antonomasia – proprio con una rappresentazione del Trovatore”.

“È stato uno dei motivi principali che mi hanno convinto ad ambientare questo Trovatore in quel periodo storico. Tra l’altro i vestiti dei miei soldati assomigliano molto a quelli di Farley Granger. In ogni caso, non c’è dubbio che Verdi sia stato la colonna sonora del Risorgimento”.

Il direttore d’orchestra Pinchas Steinberg, invece, per evitare di distrarsi sentendo i cantanti provare in scena, preferisce essere intervistato nel foyer, verso cui si avvia precedendoci e canticchiando “ed a qual prezzooooo” insieme al tenore.

“Maestro, cosa la affascina in particolare della musica di Verdi?”

“Tutto. Ma la cosa che rende questo autore unico è un’evoluzione musicale che nessun altro ha mai avuto. Un giorno di regno è completamente diverso da Rigoletto, che è completamente diverso da Falstaff”.

“Trova che sia più uno sperimentatore che un tradizionalista come lo dipinge l’opinione comune?”

“Eccome! Dicono anche che nelle ultime opere sia stato influenzato da Wagner, come se fosse un segno di non originalità. Intanto non dimentichiamo che anche Wagner ha attinto da altri musicisti. Pensi che io dico sempre che Rienzi [terza opera di Wagner, ndr] è la migliore opera di Meyerbeer. La verità è che la storia della musica è una continua catena di influenze, dove ogni compositore trasforma a modo suo quello che trova intorno a sé”.

“Come sarà questo suo Trovatore?”

“Questo non posso dirlo. Dovete ascoltarlo”.

“La capisco. È sempre difficile parlare di musica”.

“Esatto. Bisogna sentire, non parlare. Ormai il pubblico non è più abituato ad ascoltare. Molti hanno ancora paura di andare all’opera, perché temono di non capire nulla. Non è necessario capire, bisogna lasciarsi trasportare dall’emozione che trasmette la musica. È come col cinema, eppure lì nessuno dice ‘non vado a vedere il film, tanto non capisco niente’. Con l’opera c’è proprio un rifiuto preconcetto. Persino mio figlio una volta credeva che l’opera fosse una cosa noiosissima, finché un giorno gli ho proposto di venire a sentire un Nabucco diretto da me. Ne rimase estasiato. Ma è stato fortunato: molti continuano a non provare nulla”.

“A cosa è dovuta, secondo lei, questa incapacità di ascoltare la musica dal vivo?”

“Io penso alla riproducibilità tecnica. I dischi ci hanno abituati a sentire esecuzioni dove magari tutto è perfetto, ma sempre uguale. Come delle scatole di sardine: sono in ordine, ben disposte, una uguale all’altra. Ma che emozione vuole che mi diano?”

E questo punto non resta che godersi lo spettacolo.

A cura di Luca Siri e Francesca Slaviero

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