Postcards from a better place, del gruppo olandese Lunatics and Poets, è uno spettacolo composto da frammenti, torsioni, piani sequenza teatrali, il cui protagonista è il corpo, esperito come luogo in cui la memoria si conserva. Una memoria muscolare, articolare, emotiva, che si riaccende a partire da una scintilla mentale. Non avendo pretese di esaustività, lavora per figure e mosaici, lasciando allo sguardo dello spettatore i pezzi da incasellare. Ma la spettatrice che ora vi scrive non desidera ricomporre un quadro organico, sceglie infatti di rimandarvi alle schegge della narrazione. Nel farlo, vi chiede di raccogliere le suggestioni e creare delle immagini mentali di seconda mano; osservatele, e domandatevi se l’elenco dei ritratti fornito sia o non sia estremamente soggettivo e fazioso.
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Alfons(in)a – Marta Bulgherini
A opera della magnetica e carismatica Marta Bulgherini, Alfons(in)a tratta la parziale spettacolarizzazione della vita di Alfonsa Rosa Maria Morini, prima (e unica) donna a competere nel blasonato Giro d’Italia. Durante la presentazione del Direttore di Polline Fest, Alessandro Balestrieri, apprendiamo che Bulgherini porta l’opera a Torino in qualità di vincitrice del premio del Festival per il teatro under 35.
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Ballare lo swing sulla coscienza della gente
Si accende una luce. Fioca. Il mondo è in penombra. L’ultima volta che il sole ha brillato nel cielo è stato durante la mattina del 6 agosto 1945, quando alle ore 8:15 l’aeronautica militare statunitense ha sganciato la bomba atomica Little Boy sulla città giapponese di Hiroshima. Da quel momento in poi, l’umanità vive un perenne crepuscolo. Le vite spirano e rinascono, accendendo piccoli led sullo schermo nero del pianeta – che si trova sul fondo del palcoscenico –, creano messaggi, forniscono informazioni fatte di punti e di linee indecifrabili, figlie di un alfabeto morse impazzito e arbitrario.
Intervista a Debby Szu-Ya Wang – Rimini Protokoll
A seguito del debutto in Italia dello spettacolo Ceci n’est pas une ambassade (Made in Taiwan), ho avuto l’opportunità di intervistare Debby Szu-Ya Wang, vibrafonista, percussionista e compositrice, in scena in veste di musicista, compositrice, attrice ed ereditiera. Lo spettacolo è stato ideato e diretto da Stefan Kaegi (Rimini Protokoll), ed è una produzione che ha riunito istituzioni europee e taiwanesi, per andare in tournée durante il 2024 in Europa, Taiwan e in Corea del Sud. L’intervista si è svolta in inglese e nel testo sono presenti degli interventi tra parentesi al solo scopo di precisare o chiarire alcuni commenti.
Ci racconteresti la genesi di questo spettacolo?
Wang: Il processo è iniziato con una open call rivolta a una vastità di cittadini taiwanesi, a cui hanno fatto seguito interviste, colloqui e incontri, e la scelta del cast. Abbiamo tratto dei racconti dalle nostre storie personali (in scena, oltre a Debby, Chiayo Kuo, attivista digitale e David Chienkuo Wu, diplomatico), finché Stefan (Kaegi) ha scritto il testo (insieme alla drammaturga Szu-Ni Wen). A quel punto abbiamo iniziato a provare con il copione, e questo nel frattempo veniva modificato e riscritto per confezionarlo in modo che funzionasse al meglio.
Ci sono stati dei momenti in cui vi siete dovuti mettere in discussione, o avete dovuto superare dei disaccordi interni al gruppo?
Wang: Parecchi, a dire il vero. E non solo disaccordi tra noi tre (le personalità in scena), bensì tra tutto il collettivo artistico. Trattandosi di un team internazionale, ognuno ha un background culturale differente e quando si lavora insieme questo influisce sul modo in cui ciascuno comunica con l’altro (è una co-produzione del Teatro Nazionale di Taipei e del Teatro Vidy-Lausanne, in Svizzera). Ci sono stati dei momenti di disaccordo tra il regista e la drammaturga, tra me e loro, nonché tra loro, Chiayo e David. È per questo che abbiamo creato il cartello “I DISAGREE” che si vede sul palco, per dare parola anche alle visioni contrastanti.

Wang, prosegue: Inoltre, ci sono stati anche dei disaccordi dal punto di vista tecnico e dei compromessi da raggiungere. Per esempio questa è stata una sfida (indica il sistema di percussioni elettronico che utilizza in scena). Io ho un background jazz, quindi non sono abituata a suonare con apparecchiature come questa, sto ancora imparando. Non solo, siamo andati in scena in Germania e oggi qui in Italia, e dal momento che parlo un po’ di tedesco e italiano, abbiamo aggiunto degli intervalli in cui mi rivolgo al pubblico utilizzando le lingue locali. È stato impegnativo, mi sono messa alla prova.
Avete invece incontrato critiche da parte dei diversi pubblici e spettatori?
Wang: In linea generale è uno spettacolo che al pubblico piace. Però è stato complicato portarlo in scena proprio a Taiwan, perché abbiamo dovuto adattare il testo – dal momento che non si può aprire un’ambasciata di Taiwan, a Taiwan. Ci sono stati dei pubblici critici, anche perché gli spettatori conoscevano bene la storia, pertanto bisognava aggiungere dettagli, essere specifici, fare attenzione alle parole scelte. Non è stato uguale dappertutto. Alcune città sostengono una linea più nazionalista, altre no, perciò qualcuno poteva prendersela per questa o quella battuta del copione ed essere polemico. Però abbiamo ricevuto sempre molti riscontri positivi.
Grazie mille per questi dettagli che ci aiutano a capire meglio come si possa unire il teatro alle azioni politiche e quali siano i rischi e i compromessi a cui è necessario ricorrere per non sacrificare né la componente artistica, né il cuore del messaggio (o dei messaggi). Prima di salutarci, ti andrebbe di suggerirci artisti, autori, libri, film o show, per aiutarci a conoscere meglio il panorama artistico che offre Taiwan?
Wang, mentre scrive sul mio taccuino: Monique Chao è una musicista italo-taiwanese che vive a Milano, trae molta ispirazione dal panorama sonoro di Taiwan. Three tears in Borneo, è uno show di Netflix che parla dell’occupazione giapponese di Taiwan. Port of lies, è un legal drama, che parla di immigrazione e altri problemi sociali nella Taiwan contemporanea. E poi Lilium, una band indipendente di Taiwan che unisce diverse lingue e linguaggi.
Suggerimenti davvero molto interessanti, ti ringrazio. Non resta che salutarci, in bocca al lupo per le prossime repliche!
Ilenia Cugis
GIACOMO. UN INTERVENTO D’ARTE DRAMMATICA IN AMBITO POLITICO – ELENA COTUGNO
Nell’accogliere gli spettatori, le sale del Museo del Risorgimento di Torino – già sede della prima Camera dei deputati del Regno d’Italia – incorniciano la rappresentazione di Giacomo. Un intervento d’arte drammatica in ambito politico di Elena Cotugno e Gianpiero Borgia, con lo sfarzo di ori, dipinti e lampadari. Nel buio che cala e nel fischiettio che si diffonde, mentre Cotugno si muove tra le sedie, il pubblico è chiamato ad allenare il distacco dal proprio vissuto politico ed emotivo, e a discernere la storia – personale – dalla Storia.
Colpita da una forte luce che le riempie il volto, nel primo segmento l’attrice indossa un abito elegante abbellito da strati di pizzi e una lunga giacca maschile, tiene lo sguardo basso e le ciglia serrate, mentre incarna in sé, come una medium, lo spirito della Storia: uno spirito che si manifesta dal passato e impregna il presente.
La voce dell’attrice produce una reboante melodia di parole che ha il suono di una preghiera, a causa degli immensi spazi del palazzo Carignano. Questi, sono amplificatori e distorsori al contempo: producono delle risonanze in grado di rimescolare i confini delle parole e inducono una vibrazione nello spettatore. L’onda del suono, poi, si dissolve nei pochi lunghi e decisivi silenzi.
Quando il ritmo serrato lascia il posto alla quiete, la mente dello spettatore si riempie di pensieri e riflessioni che ne annichiliscono lo spirito, poiché le domande e le affermazioni dell’Onorevole Matteotti richiamano l’attenzione sull’attualità. I sermoni sulla libera espressione e la libera partecipazione alla vita politica e sociale lasciano intendere che la Democrazia – come istituzione, allora, come ideale, oggi – non sia semplicemente in pericolo, ma svanita.
Ora, il secondo segmento narrativo si anima del vociare e rumoreggiare del Parlamento, mentre tutto il baldanzoso baccano trabocca dal corpo e dall’estensione vocale di una sola artista, Cotugno. Da sé, rimette in scena il circo della farsa fascista, capace perfino di schernire i difensori della Democrazia additandoli come pagliacci attraverso negazionismi, brutalità, intimidazioni e vittimismo. Ecco che i sostenitori del processo democratico si ritrovano paradossalmente derisi quali ultimi figuranti di una messinscena fallimentare e fuori moda.
Nel movimento finale, laddove ogni tensione si scioglie prima dell’applauso, rimane il dubbio di un interrogativo: a chi si rivolge lo spettacolo, chi è l’interlocutore dell’allestimento? Qualora l’intenzione fosse prendere per le spalle e far trasalire le vittime del torpore contemporaneo, che induce all’astensionismo e al boicottaggio dalla partecipazione publica, tali persone si troverebbero a teatro di propria iniziativa o sarebbero piuttosto da stanare, catturare e trascinare in sala?
“Noi abbiamo detto loro: state calmi; non rispondete alle violenze. Lo abbiamo ripetuto in tutti i toni […] Ci hanno detto vigliacchi […] ma nonostante tutto, abbiamo detto: non bisogna reagire. […] Noi andremo a Roma. Noi domanderemo in Parlamento conto di questi fatti, domanderemo se il capitalismo assume la responsabilità del fascismo, domanderemo al governo se assume la responsabilità completa delle sue autorità e dei suoi agenti. Ma se non ci si risponderà […] badate che l’esasperazione è al colmo, badate che anche la nostra autorità sulle masse ha dei limiti, al di là dei quali non può andare”.
Ilenia Cugis
Un ringraziamento a Giulia per avermi inviato la sua copia dei verbali per la citazione a conclusione del pezzo.
Progetto di Elena Cotogno e Gianpiero Borgia
testi di Giacomo Matteotti con interruzioni d’Aula
drammaturgia di Elena Cotugno e Gianpiero Borgia dai verbali delle assemblee parlamentari del 31 gennaio 1921 e del 30 maggio 1924
con Elena Cotugno
costumi Giuseppe Avallone
artigiano dello spazio scenico Filippo Sarcinelli
ideazione, coaching, regia e luci Gianpiero Borgia
coproduzione TB e Artisti Associati Gorizia
con il sostegno della Presidenza del Consiglio dei ministri
con il patrocinio di Comune di Fratta Polesine, Fondazione Giacomo Matteotti, Fondazione di Studi Storici “Filippo Turati” e Fondazione Circolo Fratelli Rosselli
Inside iGirl: iChick. Punti di vista semi-motorizzati
Non so dire con precisione se il primo momento in cui ho avuto un pensiero sia stato quando l’ultima componente è stata fissata e il cavo di alimentazione inserito in quello che altrimenti sarebbe stato un orifizio dedicato ai bisogni biologici. Poiché, se mi concentro e ricorro alla memoria, ho la nitida certezza di aver iniziato a percepire dapprima, vale a dire in fase di costruzione. Ricordo la sensazione delle lisce piume color crema e caramello venire pazientemente incollate al mio corpo semi-rigido. Posso richiamare alla mente l’ancoraggio del collo mobile e lo snodo di personalità che questa articolazione meccanica ha dato alla luce.
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