Tutti gli articoli di Emanuela Cerino

IL BERRETTO A SONAGLI — ANDREA BARACCO

Ogni ritorno di Pirandello a teatro sembra ricordarci quanto sia sottile la distanza tra le maschere dei suoi personaggi e le nostre. E Il berretto a sonagli, andato in scena al Teatro Carignano dal 28 aprile al 10 maggio, lascia nello spettatore proprio questa sensazione: quella di aver osservato qualcosa che ci riguarda molto più da vicino di quanto vorremmo ammettere.

Per gran parte dello spettacolo si ride, lasciandosi trascinare dall’assurdità dei personaggi e delle situazioni. Poi, lentamente, si arriva a riconoscersi improvvisamente in ciò che fino a pochi istanti prima sembrava distante.

La regia di Andrea Baracco accompagna questo slittamento costruendo uno spazio scenico a tratti sospeso e quasi intangibile, che in alcuni momenti sembra ricordare le atmosfere stranianti del pittore René Magritte. Tutto sembra apparentemente ordinario, ma sempre sul punto di inclinarsi a causa di sguardi, silenzi e movimenti che paiono nascondere una verità che nessuno vuole vedere davvero.

Perché il mondo costruito da Pirandello non è fatto soltanto di tradimenti, gelosie e scandali borghesi. È un mondo in cui la verità diventa pericolosa nel momento stesso in cui viene pronunciata ad alta voce. E Beatrice Fiorica questo non riesce ad accettarlo. Vuole smascherare il marito traditore, rompere il silenzio, costringere tutti a guardare ciò che fingono di non vedere. A differenza di Ciampa, scrivano del marito di Beatrice, che, invece, ha già capito tutto: la società può sopportare qualsiasi menzogna, ma non lo scandalo e il ridicolo.

A vestire i panni di Ciampa è Silvio Orlando, accolto con entusiasmo dal pubblico del Carignano e capace di dare volto al personaggio forse più tragico della commedia. Il suo Ciampa è stanco ma lucidissimo, profondamente consapevole del mondo in cui vive. Orlando restituisce tutta l’amarezza di un uomo che ha compreso quanto gli esseri umani abbiano bisogno delle proprie maschere per sopravvivere.

Accanto a lui, la Beatrice interpretata da Stefania Medri porta in scena una tensione continua, e nervosa che rende ancora più evidente il contrasto tra i due protagonisti. Intorno a loro, gli altri personaggi — interpretati da Francesca Botti, Michele Eburnea, Francesca Farcomeni, Davide Lorino, Annabella Marotta, Marta Nuti — contribuiscono a costruire quell’universo soffocante di verità taciute e rapporti regolati dall’apparenza che attraversa tutta la commedia. Particolarmente significativa è la Saracena interpretata da Francesca Farcomeni, che con il suo abito rosso sembra incarnare una presenza perfida e disturbante all’interno di un mondo in continua fuga.

Ma sono soprattutto Ciampa e Beatrice a contendersi il senso più profondo del titolo dell’opera, Il berretto a sonagli, il cappello del buffone, di colui che viene deriso pubblicamente e trasformato in oggetto di scherno. È il vero incubo di Ciampa. Non il tradimento della moglie con il Signor Fiorica, ma l’umiliazione pubblica, la possibilità di diventare il bersaglio dello sguardo degli altri.

È il riconoscersi in una delle tre corde. «La seria, la civile, la pazza», dice Ciampa, spiegando come ogni individuo viva continuamente sospeso tra queste tre dimensioni. La corda seria è quella della ragione e dell’ordine; la corda pazza, invece, è l’istinto incontrollabile, ciò che esplode quando il dolore e la rabbia non riescono più a restare compressi. In mezzo c’è la corda civile, «quella che sta qua, in mezzo alla fronte», quella che serve agli uomini per vivere in società.

Ed è proprio la corda civile a dominare il mondo del Berretto a sonagli. Perché la follia può esistere, ma solo finché resta nascosta. Quando qualcuno, come Beatrice, osa strapparsi la maschera e dire apertamente la verità, allora la società trova immediatamente il modo di difendersi: dichiarandola folle.

«È pazza! È pazza!… Se la portano al manicomio! È pazza.»

Certo che Beatrice è pazza , o meglio, viene definita tale, perché qualcuno deve necessariamente esserlo. Qualcuno deve portare il peso della verità dichiarata, della maschera strappata davanti a tutti. E allora il mondo può tornare al suo equilibrio apparente, le convenzioni restare intatte, il berretto a sonagli finire sulla testa di qualcun altro.

Ecco allora che si smette di ridere e si rimane fermi, quasi spiazzati, sulle poltrone a chiedersi: quante volte, nella vita, abbiamo scelto anche noi di essere Ciampa? Quante volte abbiamo lasciato che fosse proprio quella corda civile a guidarci, imponendoci silenzio, controllo e prudenza pur di non spezzare un equilibrio? Perché la verità, in fondo, è che è molto più semplice proteggere l’immagine che gli altri hanno di noi piuttosto che rischiare di incrinarla. È molto più semplice sopravvivere dentro una maschera che affrontare ciò che potrebbe accadere senza di essa. È molto più semplice esistere nelle apparenze, in superficie.

Ogni ritorno di Pirandello a teatro sembra volerci ricordare ancora una volta l’immensità del suo genio: aver compreso la natura umana molto prima di noi, e aver avuto il coraggio di mostrarcela senza alcuna illusione.

Emanuela Cerino

di Luigi Pirandello
con Silvio Orlando
e con (in ordine alfabetico) Francesca Botti, Michele Eburnea, Francesca Farcomeni, Davide Lorino, Annabella Marotta, Stefania Medri, Marta Nuti
regia Andrea Baracco
revisione Linguistica Letizia Russo e Andrea Baracco
scena Roberto Crea
costumi Marta Crisolini Malatesta
luci Simone De Angelis
sound designer Giacomo Vezzani
Cardellino Srl
Teatro Stabile Dell’umbria
Teatro Stabile Di Bolzano
Direzione Generale Maria Laura Rondanini

CIRCLE MIRROR TRANSFORMATION — INTERVISTA A VALERIO BINASCO

Circle Mirror Transformation è un testo di Annie Baker andato in scena al Teatro Carignano dal 7 al 19 aprile con la regia di Valerio Binasco, anche interprete nello spettacolo. L’opera mette al centro un gruppo di allievi attori alle prese con un percorso teatrale e personale che evidenzia fragilità, incomprensioni e tentativi di conoscersi davvero. L’intervista del 17 aprile con Binasco ha permesso di approfondire il lavoro sul testo e sui personaggi.

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A PELLE NUDA SUL PALCO — LUCILLA GIAGNONI

Eroine ed eroi shakespeariani per voce femminile

A teatro, a volte, non si assiste a uno spettacolo, ma a una vera e propria rivelazione di ciò che il teatro può ancora essere. È quello che è accaduto il 12 aprile al Teatro Astra con Lucilla Giagnoni, protagonista e autrice di A pelle nuda sul palco. Eroine ed eroi shakespeariani per voce femminile.

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LA COSMICOMICA VITA DI Q — LUCA MARINELLI

Mercoledì 11 febbraio è andato in scena al Teatro Carignano La cosmicomica vita di Q, una delle proposte più affascinanti e audaci della stagione teatrale torinese. Lo spettacolo, liberamente tratto da Tutte le cosmicomiche di Italo Calvino, prende una delle opere più giocose e intellettualmente stimolanti dell’autore e la trasforma in un’esperienza teatrale originale e sorprendente.  

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NOVECENTO – GABRIELE VACIS

Il 16 dicembre la compagnia teatrale PoEM, diretta e con Gabriele Vacis, ha portato in scena al Teatro Gobetti Novecento di Alessandro Baricco.

L’atmosfera si rivela particolare fin dall’ingresso in sala. Gli interpreti e Vacis sono già sul palco, seduti, a parlare tra di loro con le luci ancora accese. Ogni tanto incrociano lo sguardo del pubblico, come se l’incontro fosse già iniziato, come se non ci fosse una vera linea di separazione tra chi guarda e chi sta per raccontare. Si ha subito la sensazione di essere chiamati a condividere qualcosa, più che ad assistere.

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STUDIO PER LE SERVE – MARCIDO MARCIDORJS E FAMOSA MIMOSA

La stagione teatrale 2025/2026 del Teatro Marcidofilm! si apre con lo spettacolo che ha segnato quarant’anni fa l’esordio della compagnia Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa: Studio per Le serve, liberamente ispirato al testo di Jean Genet. Non si tratta di una riproposizione letterale, ma di una rilettura che conserva l’essenza drammatica dell’opera originale.

Al centro della scena si erge una piccola pedana circolare su cui prendono vita le due sorelle, Solange e Claire (qui chiamata Chiara). Nel dramma di Genet le due sono cameriere al servizio di una donna ricca, Madame, figura che adorano quanto detestano e temono. La imitano, la deridono, ne indossano i vestiti e i gioielli quando è assente, e inscenano il suo omicidio alternando i ruoli fra di loro e sognando di avvelenarla dopo aver denunciato il suo amante.

Questo odi et amo viene evocato con forza dalla straordinaria fisicità scenica di Maria Luisa Abate. Ogni parola è scandita non solo da una corporeità sonora possente, ma è anche accompagnata da gesti molto precisi: posture studiate, movimenti del busto e delle braccia, variazioni dell’espressione. L’attrice gioca con l’unica fonte luminosa, una lampadina sospesa sopra di lei, che copre e scopre con le mani generando ombre mutevoli e suggestioni visive.

Accanto a lei Paolo Oricco, inizialmente presenza silenziosa, poi voce amplificata del testo che arriva ad assumere in definitiva il ruolo di Chiara, ma in forma marginale. Alla fine, infatti, sembra diventare quasi scultore del corpo di Solange: le estrae fili di perle dalle viscere che fissa alla pedana, per poi incoronarla con una sorta di corona di spine fatta di mollette da bucato, come a rinchiudersi in una prigione fatta di gesti ripetuti ossessivamente.

L’interpretazione complessiva è intensa e incalzante. La rielaborazione del testo si rivela molto efficace grazie soprattutto alla carica gestuale di Maria Luisa Abate e all’attenzione impressionante affidata alla parola. In questo modo i due attori riempiono la scena in modo autentico e raffinato.

Resta, tuttavia, la sensazione di vedere Paolo Oricco limitato a un ruolo quasi laterale: una presenza che vibra e che avrebbe potuto risuonare più a lungo.

Ad ogni modo, lo studio proposto dalla compagnia somiglia a un rito consumato a lume di lampadina: intimo, seducente, accattivante. Una rilettura che mantiene l’essenza di Genet e la restituisce come un battito irregolare, ma riconoscibile e nitido. E quando il buio cala, rimane nell’aria l’impressione di aver assistito a qualcosa di piacevole e interessante, fluttuante come un’ombra discreta.

Emanuela Cerino

STUDIO PER LE SERVE da Jean Genet

Con Maria Luisa Abate – Solange e Paolo Oricco – Claire

Scena e costumi di Daniela Dal Cin

Regia di Marco Isidori

GIULIETTA E ROMEO. STAI LEGGERO NEL SALTO – ROBERTO LATINI

Shakespeare arriva alla Casa del Teatro per Ragazzi e Giovani con Roberto Latini, in uno spettacolo intitolato Giulietta e Romeo. Stai leggero nel salto.

Latini non mette in scena la tragedia compiuta, ma allestisce un paesaggio poetico fatto di frammenti. Cinque quadri: l’incontro, il balcone, il matrimonio, l’alba e la cripta, gli unici in cui i due amanti si parlano direttamente.

La scena è minimale, con due microfoni, luci al neon e una scritta che brilla costante, Rose. Un vuoto essenziale, che trascina nello spazio dell’attesa.

È la voce penetrante di Latini, però, a imporsi all’ascolto e persino allo sguardo, più della luce al neon sul palco: non esiste un Romeo distinto da una Giulietta, perché entrambi già vivono nei versi. Il maschile e il femminile si intrecciano nella parola stessa, che lui attraversa senza mai fissarla in un’identità. La sua voce diventa corpo doppio che contiene entrambi gli amanti, accompagnati da una musica che sembra scandire il loro tempo insieme alla moneta di un jukebox.

Accanto a Latini c’è Federica Carra, presenza intensa e magnetica, che a sua volta recita i versi con profondità. È una voce autonoma, capace di creare un’intensità che si intreccia con quella di Latini senza mai confondersi.

Sul fondo scorrono i video di persone comuni che parlano d’amore nelle loro lingue. Confessioni brevi, intime, fragili, che sembrano tracciare il viaggio dell’amore dall’inizio alla fine. Le loro parole, i loro volti e i loro accenti ci ricordano che l’amore non appartiene solo a Romeo e Giulietta, ma a chiunque abbia parlato questa lingua.

Lo spettacolo si configura quasi come un dialogo tra mito e quotidiano, tra poesia e realtà. Non cerca l’esplosione della «passione», non mostra la morte, solo l’attesa di un gesto che in scena non avviene. Ed ecco che alla fine arriva il momento del salto evocato dal titolo. Un salto che lascia in bilico, che scuote, che resta a mezz’aria. E poi il buio, un buio denso che non è vuoto ma specchio: uno specchio che restituisce le immagini appena viste e le parole appena udite, e lo fa con il silenzio.

Emanuela Cerino

Compagnia Lombardi-Tiezzi
Drammaturgia e regia Roberto Latini
Con Federica Carra e Roberto Latini
Musiche e suono Gianluca Misiti
Luci e direzione tecnica Max Mugnai
Costumi Daria Latini

LA VIE SÈCRETE DES VIEUX – MOHAMED EL KHATIB

Al Teatro Astra di Torino, il 15 e il 16 ottobre, per l’edizione 2025 del Festival delle Colline Torinesi, Mohamed El Khatib ha portato in scena La vie secrète des vieux. Frutto di quattro anni di ricerche condotte nelle residenze per anziani in Francia e Belgio, lo spettacolo fonde confessioni personali e ricordi con citazioni letterarie e una drammaturgia essenziale, restituendo al pubblico la verità di chi ha superato i settant’anni.

Sul palco sei anziani, una giovane operatrice e un moderatore hanno parlato senza esitazioni di ciò che di solito resta taciuto: la sessualità nella vecchiaia, l’eros che pulsa ancora quando il corpo si modifica, i desideri che si affacciano ostinati tra passioni sopite e fuochi accesi.

Non c’era nessuna barriera a dividere la scena dal pubblico. Solo uno spazio gentile, quasi domestico, con cinque sedie semplici, un tavolino imbandito con acqua e cibo e una pianta in un angolo. E quando gli interpreti hanno preso posto, il teatro si è trasformato in un luogo di incontro e all’improvviso la sensazione era quella di essere bambini nella casa dei nonni, immersi nella confidenza di un salotto pronto a svelare storie.

Da quel momento si è aperto un flusso continuo: confessioni, ricordi, rivelazioni. A colpire non era solo il contenuto, ma la libertà assoluta e la sincerità rara con cui è stato espresso.

Gli anziani parlavano con coraggio sorprendente, dando voce a ciò che tutti pensano ma che pochi osano rivelare e infrangendo tabù radicati da secoli. Raccontavano la loro prima volta, i desideri che li accompagnano ancora, i corpi che cambiano ma non cessano di esprimere bisogni. Condividevano fantasie audaci, il ricorso a particolari sex toys, la masturbazione, avventure improvvisate, perfino richieste di incontri occasionali. C’era chi elargiva consigli pratici con ironia divertita e chi, dopo una vita di silenzi, trovava il coraggio di un coming out tardivo, confessando amori mai nominati o accettati.

Il corpo che si crede spento rivendicava la sua vitalità, la sua fame di contatto umano. Forse la parte più sorprendente è che non erano loro a provare imbarazzo, ma i figli. Una delle interpreti, Sali, ha chiesto persino che lo spettacolo non fosse mostrato alla propria figlia. Come se la sessualità fosse un privilegio esclusivo della giovinezza. Come se i genitori potessero essere accuditi e dimenticati in una casa di riposo, ma mai riconosciuti come corpi vivi e desideranti.

Ma accanto al desiderio si stagliava timidamente l’ombra della fine, evocata con leggerezza e ironia continue. «Meglio morire in scena che in una casa di riposo», scherzava Jacqueline. Ed è stato inevitabile riconoscere, in quell’equilibrio fragile, l’abbraccio di Eros e Thanatos: il desiderio confessato con innocente audacia e la morte accennata con dolcezza, da chi sa che ogni sospiro potrebbe essere l’ultimo. Sul palco c’era un posto anche per le ceneri di un compagno recentemente scomparso, celebrate con una canzone di Rosa Balistreri, a ricordare che «parlare d’amore significa, inevitabilmente, parlare anche del lutto dei nostri amori».

Simone de Beauvoir, ne La terza età, denunciava l’invisibilità dei corpi anziani; qui, al contrario, quegli stessi corpi si mostravano con fierezza, reclamando il diritto di essere guardati al di là della loro età.

Guardandoli, è stato come se i sei anziani in scena avessero stretto un patto segreto con gli spettatori. In quello spazio così intimo, ogni parola diventava invito e condivisione, eco e resistenza. Era un modo per ricordare che l’amore e l’eros non appartengono a una sola stagione della vita.

Siamo stati travolti da una poesia autentica, fatta di citazioni di Musset e Racine, a cui si intrecciavano lettere d’amore lette ad alta voce, pagine di Shakespeare, canzoni che vibravano come confessioni. Il confine tra il vero e il finto svaniva fino a non avere più importanza: ogni parola era reale, perché detta con la forza della vita.

Così il titolo si è dissolto davanti ai nostri occhi, come neve che si scioglie al sole diventando acqua e poi luce. La vita segreta degli anziani non è mai stata un segreto: è un fiume nell’anima che riemerge, un giardino che rifiorisce, la vita stessa che torna a sorprenderci come un libro che, proprio quando crediamo di averlo finito, ci regala una nuova pagina.

Emanuela Cerino

Uno spettacolo di Zirlib

Concezione e realizzazione Mohamed El Khatib

Con, in ordine di longevità Annie Boisdenghien, Micheline Boussaingault, Marriecke de Bussac, Chille Deman, Martine Devries, Jean-Pierre Dupuy, Yasmine Hadj Ali, Nicole Jourfier, Salimata Kamaté, Etienne Kretzschmar, Jacqueline Juin, Annette Sadoul, Jean Paul Sidolle

Drammaturgia e coordinamento artistico Camille Nauffray

Scenografia e collaborazione artistica Fred Hocké

Video Emmanuel Manzano

Suono Arnaud Léger

Direttore di produzione Gil Paon

Produzione Zirlib

Coproduzione Festival d’Automne à Paris, Points communs – Nouvelle scène nationale Cergy-Pontoise-Val d’Oise, Théâtre National Wallonie-Bruxelles, La Comédie de Genève, Théâtre national de Bordeaux en Aqui-taine, Théâtre national de Bretagne (Rennes), Tandem Scène nationale d’Arras-Douai, MC2: Grenoble Scène nationale, La Comédie de Clermont-Ferrand Scène nationale, Théâtre Garonne Scène européenne (Toulouse), Festival d’Avignon, Théâtre du Bois de l’Aune (Aix-en-Provence), Équinoxe Scène nationale de Châteauroux, Théâtre de la Croix-Rousse (Lyon), La Coursive Scène nationale de La Rochelle, Espace 1789 – Saint-Ouen, Théâtre de Saint-Quentin en Yvelines Scène nationale, Le Channel – Scène nationale de Calais.

Accoglienza in residenza Le Mucem – Marseille, CIRCA La Chartreuse