RESTEREMO PER SEMPRE QUI BUONE AD ASPETTARTI – LEONARDO LIDI

Aspettando Lui

In scena al Teatro Gobetti fino al 26 marzo 2026, Resteremo per sempre qui buone ad aspettarti, nuovo testo di Diego Pleuteri per la regia di Leonardo Lidi. In dialogo con Come nei giorni migliori, lo spettacolo mette al centro tre insolite protagoniste: un gatto, un cane e un pesce rosso, chiuse in casa ad aspettare il ritorno del loro padrone. Ne deriva una sintesi tra il mondo favolistico e l’assurdo di matrice beckettiana, che apre a riflessioni su esistenza, dipendenza affettiva e morte.

Diego Pleuteri, direttore artistico junior del Teatro Stabile di Torino e drammaturgo emergente, porta in scena testi che toccano le corde più sensibili dell’animo umano. In Come nei giorni migliori, con Alessandro Bandini e Alfonso De Vreese, racconta la storia d’amore tra A e B: non una vicenda da commedia hollywoodiana, ma una relazione quotidiana, in cui chiunque può riconoscersi, nei gesti, nelle parole e nelle esperienze dei protagonisti. Si potrebbe definire una vera e propria anatomia di una storia d’amore.

Le protagoniste di Resteremo per sempre qui buone ad aspettarti sono invece tre animali domestici: Briciola, il cane (Marta Malvestiti), Luna, il gatto (Beatrice Verzotti), e Wanda, il pesce rosso (Teresa Castello). Fin dalle prime battute si comprende che il loro padrone è il personaggio interpretato da Alessandro Bandini. In scena, ma seduta tra il pubblico, compare anche la vicina di casa e narratrice, interpretata da Hana Daneri.

Resteremo sempre qui buone ad aspettarti, regia Leonardo Lidi. Ph. Luigi De Palma

L’operazione compiuta da Pleuteri consiste nella costruzione di un testo a due livelli: il primo riguarda il rapporto tra padrone e animale domestico; il secondo, invece, esplora il tema della dipendenza affettiva. L’espediente narrativo è semplice: una sera il padrone esce di casa e non fa più ritorno. Non lascia cibo in più, non avvisa, e la sua improvvisa scomparsa genera il panico. Briciola resta davanti alla porta, in attesa, come se potesse sentire, o immaginare, il rumore delle chiavi nella serratura. Luna, inizialmente, gode della solitudine: guarda La signora in giallo e si lava mentre in sottofondo sentiamo Gigi Marzullo. Wanda, invece, nuota nella sua boccia di vetro, sempre più sporca, e purtroppo o per fortuna si dimentica. Con il passare delle ore, la situazione diventa insostenibile. Briciola è disperata per l’assenza di Lui: ha bisogno di uscire, ma non vuole deluderlo sporcando in casa. Luna prende il controllo e si convince che nessuno tornerà più: è alla sua quarta vita, forse segnata da un passato randagio e oscuro. Wanda, a causa dell’acqua torbida, vede sempre meno; si sente sola e vorrebbe essere accarezzata da Lui, ma nessuno può farlo, se non il gatto, che sfiora l’acqua della boccia mentre beve, provocandole solletico. Ciò che accomuna tutte e tre è la fame, che finirà per avere conseguenze durante l’attesa.

Qui emerge tutta l’essenza di Aspettando Godot, cioè l’attesa di qualcuno che forse non arriverà mai. È presente anche Finale di partita: uno scenario quasi apocalittico, in cui nulla è più come prima e i personaggi, dipendenti l’uno dall’altro ma al tempo stesso nemici, tentano di andarsene senza mai riuscirci. Come Hamm e Clov sono costretti a vivere in un bunker, in uno scenario post-atomico, così Briciola, Luna e Wanda sono confinate in casa, in un contesto che richiama la pandemia evocata da Pleuteri. Il testo è stato infatti scritto dal giovane drammaturgo durante il periodo della quarantena, anche se il riferimento resta implicito nella messa in scena, suggerito soprattutto dall’immagine delle strade deserte.

È qui che troviamo un tema centrale nella produzione di Pleuteri: la casa, intesa sia come luogo accogliente sia come spazio ostile. Durante la pandemia, la casa si è trasformata in una prigione, teatro di tensioni familiari e isolamento dal mondo esterno.

A questo si lega il rapporto con la morte: la paura di morire e quella di perdere qualcuno, la stessa che provano i tre animali nei confronti del loro padrone. Emblematica è la scena in cui Luna spiega alle altre cosa significhi morire:

“È quando qualcuno ti trova sdraiato sul letto, ma non stai dormendo: sei sdraiato e basta. È quando qualcuno ti chiama ma tu non rispondi. Ti chiama, ma tu non ti alzi.”

Questa paura universale permette di leggere i tre animali come una trasposizione delle fasi dell’elaborazione del lutto, private però dell’ultima, l’accettazione, poiché il ritorno del padrone resta incerto. Wanda incarna la negazione, con la sua memoria fragile; Luna la rabbia, convinta di essere stata abbandonata; Briciola oscilla tra negoziazione e depressione, svuotata dall’assenza.

In un’ottica di dipendenza affettiva, è proprio il cane a rappresentarla in modo più evidente. Lo suggeriscono le battute finali: mangia solo quando gli viene dato il permesso, si siede su comando, fa i bisogni soltanto quando viene portato fuori. La sua esistenza dipende interamente dall’essere umano e difficilmente potrebbe sopravvivere al di fuori di un contesto domestico. Non a caso è definito il “migliore amico dell’uomo” e spesso finisce per somigliare al proprio padrone, sia nei comportamenti sia esteticamente.

Nonostante i temi complessi, Pleuteri e Lidi costruiscono uno spettacolo che alterna momenti tragici e comici, anche attraverso il coinvolgimento diretto del pubblico, battute, inserti coreografici e scene che richiamano comportamenti quotidiani degli animali domestici. Emblematico è il gioco del cane con la pallina: corre a prenderla, la riporta, aspetta che venga rilanciata, finché, a un certo punto, non la vede più e il padrone gli fa lo scherzo di fingere di averla ancora in mano.

Lo spazio scenico riprende quello di Come nei giorni migliori: l’azione si svolge al centro della sala, con la platea disposta a ferro di cavallo. Oltre il proscenio è presente un telo con l’immagine di A e B, mentre sul pavimento sono disseminati i vestiti dei due protagonisti, insieme alla stessa panca.

Un plauso va alle attrici, che restituiscono con grande efficacia i tre animali. Marta Malvestiti, quando inveisce contro il postino, si agita e il suo volto finisce quasi per assumere tratti canini. Beatrice Verzotti incarna un tipico gatto di strada, con movimenti sensuali ma al tempo stesso ruvidi e guardinghi. Teresa Castello, invece, restituisce la leggerezza di un pesce rosso: svampita e distratta, si muove in tondo, profondamente sola, lontana dagli sguardi e dalle carezze di tutti.

Federica Mangano

di Diego Pleuteri

con (in o.a.) Maria Teresa Castello, Hana Daneri, Marta Malvestiti, Beatrice Verzotti

regia Leonardo Lidi

scene Fabio Carpene

movimenti scenici Riccardo Micheletti

assistente alla regia Nicolò Tomassini

Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

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