Nella cornice della Residenza Universitaria Olimpia a Torino, PollineFest 2026 ha ospitato una riflessione profonda e necessaria sul concetto di appartenenza. Protagonista il collettivo catalano La Intempèrie, che con lo spettacolo Les cases dels altres, Le case degli altri (sovratitolato in italiano), apre le porte all’esperienza universale e personale del “sentirsi a casa”.
“Quando sei piccolo hai ben chiaro da dove vieni.
Io non dovevo chiedermi dov’era casa mia perché non era una questione su cui dubitare. Non c’era dibattito.
Casa mia era casa mia. E adesso…”
Sul palcoscenico Paula Fossati ed Eva Ferrè, un tavolo, degli schermi e poco altro. La scena diventa un organismo vivo, coordinato dalle attrici in una vera e propria coreografia di oggetti che genera nuove prospettive spaziali seguendo il ritmo del racconto. Al centro troviamo un tavolo che muta funzione, diventando ora luogo di condivisione e nutrimento, ora letto e rifugio.
“Tutta la storia è un po’ complicata…te la racconto?” Paula risponde alle domande poste da Eva, parlando di sé e di ciò che ha vissuto fino a quel momento. La narrazione si alterna tra le parole di Paula e i video delle testimonianze di Jordi, Emma, Belin, Conchi, Francisco, Simona, Anna, Hawa. Il processo creativo del collettivo nasce da interviste fatte a persone di diverse età, in scena ascoltiamo le loro storie vedendo i loro volti, angoli di stanze e frammenti di quotidianità.

Il cuore drammaturgico emerge quando la ricerca si fa personale: Eva incalza Paula soffermandosi sul significato che lei dà alla parola “casa”. Casa è luogo di protezione e di cura, casa è un luogo per curare le ferite, per mostrarle e persino per viverle senza sentirsi in colpa. Casa è famiglia. Famiglia è casa. E “casa è dove mi sento visibile”. Eppure Paula, ora, si sente un ospite.
“Come sentirsi a casa in un luogo in cui siamo ospiti? In cui i mobili non li abbiamo scelti noi, in cui paghiamo un affitto per restare, in cui abbiamo vincoli e contratti da rispettare. […]
Non può essere casa mia se sono così sola”.

Il nome stesso del collettivo, La Intempèrie, risuona con forza durante la rappresentazione. “Intempèrie” richiama l’assenza di un tetto, la mancanza di garanzie, una condizione di abbandono morale e precarietà. È esattamente questa la tensione che Paula porta sul palco: una fragilità esposta che non cerca commiserazione, ma connessione. La sua guida è sicura nel gesto tecnico ma vulnerabile nell’anima, capace di guidarci con delicatezza tra i ricordi degli altri per farci ritrovare i nostri. L’autenticità dei testimoni agisce come uno specchio, portandoci a riconoscere frammenti della nostra stessa biografia nel racconto di uno sconosciuto.
In un luogo come la Residenza Olimpia, dove le stanze sono per definizione temporanee, questo spettacolo acquisisce una risonanza ulteriore. Ci ricorda che il rischio di essere espulsi — da un luogo, da un gruppo o da un affetto — è una paura universale. Attraverso questo percorso di scoperta delle case degli altri, La Intempèrie ci riconducono lentamente a noi stessi, ma con una consapevolezza nuova. Perché forse ciò che siamo chiamati a fare è imparare ad arredare le pareti del nostro cuore, per poter iniziare a viverci, vederci e riscoprirci casa.
Silvia Guzzi
Di La intempèrie
Drammaturgia Èlia Borràs, Berta Camps ed Eva Ferré
Regia Èlia Borràs e Berta Camps
Interpreti Paula Fossati e Eva Ferrè
Produzione Eva Ferré
Progettazione dello spazio e costumi Camille Latron
Progettazione luci e suono Juli Palacios
Video Georgina Torrado
con le testimonianze di Miquel Amela, Jordi Barrera, Emma Barrera, Belin Boix, Conchi Martínez Rodríguez, Francisco Javier Fernández, Simona Drinceanu, Anna Maria Muñoz e Hawa Dirarra.
Fotografo @dustn.media