Carrozzeria Orfeo porta in scena al Teatro Gobetti di Torino uno spettacolo dal titolo Misurare il salto delle rane.
Una donna, due donne, tre donne: ecco in scena la sacra trinità. Lori una madre lacerata da un dolore profondo, Betti una figlia di trentasette anni e mezzo che decide di allenare una rana per vincere una gara di salto e, infine, Iris una ragazza dal volto dolce che entra nella vita delle due donne per portare alla luce un messaggio ritrovato.
Costruirsi, giorno dopo giorno, per poter essere considerate donne, e poi ricucire, giorno dopo giorno, il proprio cuore, il tempo, le ferite. L’arte delle donne è l’arte dell’attesa. Lori a volte cammina nella palude per giorni interi, Betti attende da vent’anni un bacio mai arrivato, e Iris aspetta di trovare il coraggio di tornare “dall’altra parte” da suo marito, un uomo a cui vuole bene ma con cui continua a sentirsi preda.

(Elsa Bossi, Marina Occhionero, Chiara Stoppa)
In scena un luogo non luogo, un tempo non tempo. A sinistra troviamo un box degli attrezzi, al centro vediamo l’interno di una casa e sulla destra una panchina a pochi passi da un precipizio di 111 metri che dà su un lago. La narrazione si svolge nei tre luoghi che di volta in volta vengono illuminati e lasciano spazio alle donne di raccontarsi, condividere pensieri e paure. Ed è con il passare dei giorni che la storia inizia a districarsi. Il mistero lascia spazio a spiragli di luce che illuminano ferite che iniziano a pulsare in modo sempre più doloroso. Ci sono parole non dette che nel tempo sono diventate sangue raffermo. Un sangue che lascia traccia e che non se ne va perché nonostante tutte le lacrime versate, una donna porta sempre con sé le ferite dell’anima.
Non comprendiamo bene le regole e in confini del luogo, perché questo è un mondo che può essere definibile solo attraverso ciò che non è. Non è come “dall’altra parte”, un altrove che viene nominato ma di cui non si sa molto. Non sarà forse nostro il mondo “dall’altra parte”? Iris entra nella vita di Lori e Betti perché dice di sentirsi chiamata in causa, “in quanto donna” dopo aver ritrovato una bottiglia di vetro contenente le ultime parole della figlia di Lori, morta suicida a quindici anni, gettatasi dalla scogliera.

Lori, Betti e Iris si troveranno, da sole o insieme, a sedersi sulla panchina lungo la scogliera. Credo che di quella panchina dovremmo essere noi a prendercene cura nello stesso modo in cui Betti si prende cura delle sue rane. E le allena a saltare. Il salto drammatico e forzato che la figlia di Lori ha compiuto da quel precipizio, ha risuonato dentro di me come quel salto che mi sono trovata a dover compiere nella mia vita, più di una volta. Il salto distante da chi mi ha fatto del male, il salto lontano dalle aspettative e dal giudizio degli altri e soprattutto il salto dentro di me, nelle mie profondità e nei miei bui più grandi. Se non siamo allenate quel salto si rivelerà mortale, perché è in quell’abisso che una donna può morire, tra violenze e silenzi. E se non se ne prenderà cura una comunità intera, quel lago che alberga dentro di noi finirà per farci scomparire.

(Gabriele di Luca e Massimiliano Setti alla regia)
Quanto sarebbe stato disarmante se non fosse stata una donna a entrare in scena sentendo la necessità di fare luce sul dramma, se quel messaggio fosse stato ritrovato da un ragazzo, un padre, un uomo. Credo che il teatro non possa più fermarsi a narrare storie di donne, come a volerle rinchiudere in un universo a sé stante. Ho sentito la necessità di vedere un uomo seduto su quella panchina, a conversare con un madre in lutto, a guardare il precipizio, a sentirne il suo richiamo. Il maschile è anche questo e il teatro può essere strumento per educare alla vulnerabilità e alla consapevolezza che la fragilità non è carattere esclusivo di una donna. È tempo di iniziare a mettere in scena donne e uomini che, in quanto esseri umani, si sentano chiamati in causa, si prendano cura dell’abisso e si sentano in connessione con tutto il buio, la profondità e le proprie immense fragilità.
…E tu, ti stai allenando al prossimo salto?
Silvia Guzzi
Drammaturgia Gabriele Di Luca
Regia Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti
Con Elsa Bossi (Lori), Marina Occhionero (Iris), Chiara Stoppa (Betti)
Assistente alla regia Matteo Berardinelli
Musiche originali Massimiliano Setti
Scene Enzo Mologni
Costumi Elisabetta Zinelli
Ideazione luci Carrozzeria Orfeo
Direzione tecnica e luci Silvia Laureti Macchinista Cecilia Sacchi
Realizzazione scene Atelier Scenografia Fondazione Teatro Due
Realizzazione costumi Atelier Sartoria Fondazione Teatro Due
Illustrazione locandina Federico Bassi e Giacomo Trivellini
Foto di scena Simone Infantino
Organizzazione Luisa Supino e Giulia Zaccherini
Ufficio stampa Raffaella Ilari
Una produzione Fondazione Teatro Due, Accademia Perduta/Romagna Teatri, Teatro Stabile d’Abruzzo, Teatri di Bari e Fondazione Campania dei Festival
in collaborazione con Asti Teatro 47