Uscire dalla visione antologica a cui l’opera è stata a lungo relegata per restituirle invece una dimensione di compiutezza nella sua complessità, questo il proposito che Paolo Musio si pone nel portare una lettura dell’Eneide nella sua quasi totalità al trentesimo Festival delle Colline Torinesi. Andato in scena il 25 ottobre alla Fondazione Merz, Musio, volto che gli affezionati del Festival ricorderanno aver visto già nella ventottesima edizione nello spettacolo itinerante Passage come interprete di un Walter Benjamin in fuga, si trova qui ad evocare ancora una volta la figura di un profugo – del profugo per eccellenza, in questo caso – occupandosi stavolta personalmente dell’intero aspetto realizzativo. Articolandosi in sei segmenti, la lettura copre, con qualche taglio necessario alle finalità del ritmo, tutti i dodici libri del poema di Virgilio, per una durata complessiva di sei ore (intervalli compresi); una vera e propria maratona, impresa di proporzioni “kolossal” che comprensibilmente mette a dura prova sia pubblico che interprete, ma che si è dimostrata un’allettante sfida per gli spettatori più ardimentosi che hanno voluto assistere all’intero evento dall’inizio alla fine.
Trattandosi di una sola lettura e non di una trasposizione propriamente pensata per le scene, l’apparato teatrale è ridotto perlopiù al minimo indispensabile, ma non manca comunque di presentare alcune piccole pennellate di stile che aiutano a creare la giusta atmosfera per immergersi al meglio nelle parole del poeta latino: uno sfondo pallido, un alberello posto sotto un riflettore la cui luce varia grazie all’alternarsi di gelatine colorate (cambiate manualmente dallo stesso Musio), l’uso, in alcuni tra i momenti più drammatici o catartici del poema (come il ricordo della caduta di Troia), di alcuni schizzi sperimentali dell’architetto Lebbeus Woods, che proiettati alle spalle dell’interprete si stagliano con un’aura astratta, dinamica e a tratti quasi apocalittica, ma soprattutto un accompagnamento sonoro a cura di Francesca Fabrizi, presenza indispensabile e centrale assieme a quella di Musio.

Avvalendosi di campionature, suoni catturati, rielaborati e trasformati, persino di un frammento di Brahms, Fabrizi ha creato per questa lettura dell’Eneide un tappeto sonoro che spazia dai ritmi sincopati alle note sospese e riflessive, accompagnando e sottolineando con efficacia i versi di Virgilio fatti vivere dalla voce di Musio. Di questi versi l’attore dà un’interpretazione trasportata, emotiva, carica di intenzioni, in cui viene ben veicolata soprattutto la commozione e la nostalgia di cui sono impregnati alcuni passaggi, senza per questo risultare eccessiva o melodrammatica, anzi, mostrandosi sempre nella propria umanità. Un’interpretazione epica in senso stretto, in cui la figura del “cantore” Musio non pretende di mascherarsi dietro a chissà quale artificio narrativo, ma rimane sempre evidente, ben visibile agli spettatori nei vari momenti in cui la lettura è brevemente interrotta per cambiare il colore del filtro alla luce, negli sguardi rivolti di tanto in tanto al pubblico, e anche nelle piccole interferenze involontarie come un inciampo qui e là nella lettura o una veloce soffiata di naso dovuta a un raffreddore, momenti che amplificano la dimensione umana e collettiva dell’evento piuttosto che distrarre dall’immersione. E restituire al testo questa dimensione comunitaria sembra essere un altro dei propositi della maratona, messo in pratica nell’ovvia rievocazione del rito primordiale della narrazione così come poteva essere ai tempi degli eroi di cui si racconta. Citando dal programma dell’evento: “Alla fine del primo libro dell’Eneide, Didone ordina che si prepari una grande festa in onore di Enea e dei suoi compagni, per celebrare l’incontro. Tutti gli invitati, come anche gli ospiti, sono arrivati lì da terre lontane, c’è una città nuova da costruire, tante aspettative, ma nessuno sa nulla di cosa li attende in futuro. E’ una lunga notte in cui tutto sembra possibile. Un aedo intona una canzone, la musica riecheggia nelle grandi stanze del palazzo. Dopo tanto dolore, tanta fatica, tanti pericoli sempre diversi e – noi lo sappiamo – prima di altrettante difficoltà, speranze tradite, rovesci di fortuna, per una notte, donne e uomini riuniti in nome dell’ospitalità ascoltano un cantore che ricorda loro l’avvicendarsi delle stagioni, il cielo stellato che tacitamente gira sopra le loro teste, il corso della luna e del sole. Quella notte essi sentono in sé tutto lo splendore e la fragilità della condizione umana. […] L’eco di quella notte giunge fino a noi, ci chiama, siamo tutti, a pieno diritto, invitati a partecipare”.
In questo riecheggiare di echi, la lettura riesce senz’altro a far sentire il proprio pubblico come parte di un memorabile evento collettivo che nella sua veste ridotta all’osso scava nella pratica teatrale fino a giungere alla sua essenza primordiale. Una maratona indubbiamente provante, ma che lascia il suo segno e ci ricorda che, dietro a tutti gli orpelli, alla tecnica, alla spettacolarità di cui troppo spesso si ricopre, il teatro è anzitutto rituale che vive in una dimensione di condivisione d’umanità, un’umanità che trascende tempo, confini e logiche di mercato, e che può ritrovarsi anche nella più semplice delle impostazioni.
Edoardo Perna
di Virgilio / traduzione Rosa Calzecchi Onesti / adattamento e interpretazione Paolo Musio / spazio sonoro e composizione Francesca Fabrizi / produzione TPE – Teatro Piemonte Europa / Festival delle Colline Torinesi